Intervista

La Chiesa “dal volto amazzonico” di dom Roque

Dom Roque Paloschi, arcivescovo di Porto Velho
di Andrea Frison

Se c’è un luogo dove il “grido della terra” è intimamente legato al “grido dei poveri”, per riprendere le espressioni usata da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, quel posto è l’Amazzonia. Ed è per questo che la Chiesa non può fare a meno di avere anche «un volto amazzonico». Ne è convinto Dom Roque Paloschi, 61 anni, vescovo della diocesi di Porto Velho, nello stto di Rondonia, in Brasile. Dom Roque Paloschi è nato il 5 novembre del 1956 a Progresso, nello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul. È stato ordinato sacerdote nella sua diocesi il 7 dicembre 1986. Dopo l’esperienza di parroco, nel 1997 
è stato inviato come dei donum in Mozambico. Tornato in patria, nel 2005 è stato nominato vescovo
di Roraima da Papa Benedetto XVI e dal 2015 guida la diocesi di Porto Velho. Dom Roque è da anni impegnato nella difesa dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni indie fin dal suo primo incarico da vescovo della diocesi di Roraima, nel nord del Brasile, dove la diocesi di Vicenza è attualmente presente con due missionari fidei donum e dove opera una comunità delle suore orsoline. Lo abbiamo incontrato proprio a Vicenza, in visita la Vescovo e ali amici delle orsoline e dell’Ufficio missionario.

Dom Roque, perché la Chiesa brasiliana è così impegnata per la difesa dell’Amazzonia e dei suoi abitanti?

«Perché l’incarnazione esige risposte concrete. Occorre farsi carne con tutte le realtà, come ha fatto Gesù. La Chiesa deve fare questa conversione».

Com’è la situazione della foresta Amazzonica?

«Sempre più grave. La foresta è sempre stata vista come “l’orto dietro casa”. Sembra che le sue risorse siano infinite e sono desiderate da molti, Stati e multinazionali. A partire dagli anni ’50 la foresta ha subito grandi progetti di sviluppo infrastrutturale. In particolare oggi, le dighe realizzate dal Governo stanno provocando molti danni per le grandi estensioni d’acqua che allagano vaste regioni».

E i popoli che la abitano?

«Gli indios sono sempre stati visti come “incapaci” di gestire la foresta e le sue risorse. Sono guardati con pregiudizio, indifferenza, senza rispetto. Un approccio alimentato dai media. Eppure la Costituzione dell’88 è molto avanzata quando parla di diritti degli indios. Prima di allora vigevano le leggi coloniali. La Costituzione ne riconosceva alcuni diritti di base: o il rispetto della cultura, l’educazione differenziata, il riconoscimento delle terre. Tutti diritti che stanno venendo progressivamente smantellati».

Perché?

«Perché gli indios rappresentano un ostacolo ai progetti di sfruttamento dell’Amazzonia. Hanno una concezione della vita differente, difficile da comprendere per un Occidentale. Qui, in Europa, l’accumulo dei beni era fondamentale per sopravvivere al cambio delle stagioni. In Amazzonia è la natura a fornire lo stretto necessario per vivere. È un benessere diverso da quello legato all’accumulo».

Ma quando parliamo di popolazioni indie, a cosa ci riferiamo?

«Ad una popolazione di un milione di persone. Erano cinque milioni prima dell’arrivo degli europei. Oggi, solo nell’Amazzonia brasiliana, si conoscono circa 280 etnie, ma molte altre vivono isolate nella foresta, e 130 lingue differenti. Gli indios rappresentano una grande “biodiversità” umana».

Una biodiversità in pericolo?

«Sì, la stessa enciclica Laudato si’ parla di “genocidio” di tanti gruppi etnici. La Chiesa deve impegnarsi per loro, proprio perché difende la vita in tutta la sua totalità».

Cosa rappresenta, allora, il Sinodo Pan Amazzonico che si terrà nell’ottobre del 2019?

«Va detto che il Sinodo sta già mettendosi “di traverso” ai piani di sfruttamento dell’Amazzonia. Ma sarà molto di più di un semplice documento “ecologico”. La finalità del Sinodo è quello di dare alla Chiesa un “volto amazzonico”, cioè di una Chiesa solidale, attenta ai poveri, ministeriale e che difende la natura».