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Don Santuliana: «In Brasile succedono cose bellissime, lampadine che illuminano il mio cammino»

Il prete fidei donum, a Roraima da 11 anni, l'anno prossimo compirà 75 anni: «Ma rimango là» racconta. È missionario da 35 anni. L'abbiamo incontrato a Vicenza, dove è tornato per qualche settimana di vacanza. Riparte il 10 agosto.
Don Attilio Santuliana, 74 anni. È prete fidei donum a Boa Vista, nello Stato di Roraima, nel nord del Brasile, al confine con il Venezuela.
di Marta Randon

Don Attilio Santuliana, 74 anni, ha il dito media della mano sinistra più corto. Viene naturale chiedergli il motivo. Gli incontri con lui sono semplici, autentici. È subito confidenza. «Avevo 10 anni e giocavo con mio fratello più grande a piantare un palo – racconta -. Io lo tenevo, lui doveva fissarlo per terra con “el menaroto“. Mossi per vedere se era fisso, mi centrò il dito. Mi ingessarono, feci infezione. Non ho più l’articolazione, una parte si è atrofizzata e il dito non è più crescuto». In Brasile, dov’è missionario fidei donum da 35 anni, i bambini notano l’imperfezione e chiedono spiegazioni: “Dico loro che non è una punizione divina. È il segno di una disobbedienza alla mamma». Risposta semplice, ma densa di significato, educativa. La vita di don Attilio a Boa Vista, nello Stato di Roraima, è così, costellata di semplicità. Il ragazzo epilettico che sviene durante tutte le messe che aiuta la vecchietta a salire i gradini per entrare in chiesa è gioia per gli occhi; i pasti rifiutati per protesta dalle detenute e recuperati per essere distribuiti ai poveri della zona sono aiuti concreti. «Piccole lampadine che illuminano il mio cammino» dice il sacerdote.

Don Attilio ha trascorso quasi metà della sua vita al caldo, tra bambini che corrono scalzi, dicendo omelie in portoghese, visitando famiglie «senza niente, niente di niente». Da 11 anni a Boavista conosce e vive ogni giorno la miseria vera assieme a don Enrico Lovato e don Lorenzo Dall’Olmo. Ripartità il 10 agosto. Lo incontriamo in redazione, ha la barba bianca e gli occhi buoni. 

Don Attilio, l’anno prossimo compirà 75 anni, età del “pensionamento”. Ha già deciso che cosa farà?

«Persone amiche mi hanno detto “sta là”. Don Arrigo Grendele (già direttore dell’Ufficio missionario della Diocesi ndr) affermava: “Sei tu il più vecchio, tieni botta”. Effettivamente  sono il punto di riferimento. La cosa bellissima è che Enrico (Lovato ndr), Lorenzo (Dall’Olmo ndr) ed io ci vogliamo bene. Siamo tre fratelli. Qualche “sgresenda” a volte c’è. Ma stiamo bene. Dio ci parla attraverso le situazioni che viviamo. Finchè la salute c’è, la testa tiene e sono felice resto là».

Dom Roque Paloschi, vescovo brasiliano di Porto Velho, in una recente intervista sulla Voce ha raccontato la preoccupante situazione in Brasile e quanto sia importante l’azione di ogni cristiano.

«Ricordo quell’intervista e sottoscrivo ogni parola. Bisogna impegnarsi perché il pane arrivi sulla mensa di tutti e il nostro mondo non abbia solo muri, ma ponti che permettano la circolazione della speranza, la fraternità e soprattutto la corresponsabilità, la cura del creato».

Dal suo osservatorio come vede la situazione in terra brasiliana?

«È una sofferenza parlarne. Ci sono troppe cose che non vanno. Bolsonaro ha distrutto tutto il buono che era stato costruito negli ultimi 20 anni. Non può esserci un Presidente (Bolsonaro ndr)così tonto e ottuso. Un anno e mezzo fa in un’intervista in tv gli sfuggì la frase: “La Costituzione sono io”. Da rabbrividire».

In autunno i brasiliani voteranno. Com’è la campagna elettorale?

«Noi preti, non andando a votare, non ci immergiamo nella campagna elettorale. In ogni caso sono tutte bugie. Se mettessero in pratica tanto così (e fa il gesto avvicinando pollice e indice ndr) già sarebbe molto. Chi comanda per ora è solo il denaro. Le cose non funzionano».

Se tornasse Lula?

«Almeno un po’ di speranza ci sarebbe. Ma Lula per i primi 2 anni dovrebbe tappare i buchi aperti da quell’altro. L’Amazzonia dovrebbe essere protetta, custodita, salvaguardata. È il contrario. I diritti dei più piccoli, dei più fragili non esistono. C’è un clima di sfiducia generale. Sembra che la gente sia rassegnata, non reagisce. Leggo la tristezza negli occhi dei bambini.  Ma come si fa! Lula può riaccendere una fiammella di speranza, ma neanche lui è uno stinco di santo. Aveva aperto l’università a tanti, ha cercato di ridistribuire i salari , li ha alzati. Ma il marcio c’era anche lì».

Dopo tanti anni si sente brasiliano?

«No. Mi hanno chiesto varie volte “Perché non prendi la cittadinanza?” Non mi interessa, troppe scartoffie per niente».

Perché è rimasto in missione così tanto?

«Quella volta non sa quanto ci ho messo a convincere mia mamma! Con mio padre invece è stato più facile. “Siamo preti per Vicenza e per il mondo intero” mi disse Pietro Nonis tempo fa. Servo così la chiesa vicentina e voglio continuare ad esserci. C’è un po’ di stanchezza, negli ultimi due anni è più faticoso. Con timore mi affido all’azione delle Spirito. Ho sempre in mente le parole del vescovo Paloschi: “Non è quello che dirai, né quello che farai, ma la tua presenza”. A distanza di 11 anni quella vale».

Tra le varie attività presta servizio nel carcere femminile.

«La prima sera di Natale a Roraima, 11 anni fa, la trascorsi all’interno del carcere, in cella con le detenute. Mi accodai alle tre suore Orsoline che ci andavano da tempo. Ero l’unico uomo. Per tanti anni ci hanno fatto entrare. Ascoltare (per poi magari parlare con i giudici) e guardare. Un’esperienza bellissima. La direttice era molto aperta. Poi ci fu un cambio al vertice e da due anni hanno alzato i muri. Le donne ci aspettano, si sono affezionate, ma la direzione trova sempre una scusa per non lasciarci passare. Sono in 6-7 per cella con un bagno che non si può definire tale. Non fanno nulla tutto il giorno. È terribile. L’ultimo dicembre, però, ho ricevuto un vero dono di Natale. Ho visto un banchetto con un paio di detenute che vendevano delle bambole confezionate all’interno della struttura. Abbiamo fatto molto per loro. È stato impegnativo ma purificante. Un segno importante per tutta la diocesi. Spero che la situazione si sblocchi». 

Che cosa ama del Brasile?

«La gente: semplice e umile. Ti insegna a pregare, ringraziare e ad arrangiarti con poco».

Ad esempio?

«Un giorno ho visitato una piccola comunità. Una signora mi ha messo un bigliettino in tasca: una giovane donna aveva partorito e non aveva nulla. Mi informai. La comunità si mobilitò. Una signora che aiutava in chiesa davanti a me prese un kilo di zucchero e lo divise a metà. “Intanto le porti questo”. Sono tornato a casa e ho preparato un cesto base con fagioli, riso, zucchero, farina, tonno, cracker. Sono cose che ti fanno dire: “Questa è la strada”. Ogni giorni mi accompagnano cose bellissime». 

Del Sinodo panamazzonico è rimasto qualche strascico positivo? 

«Ho lavorato molto bene con don Mario De Silva, vescovo brasiliano ora trasferito in Mato Grosso. Ci siamo interrogati, abbiamo accompaganto i fedeli. Stiamo seguendo molto anche l’attuale sinodo indetto dal Papa. Si dovrebbero vedere più segni ma la pandemia non ha aiutato. C’è comunque una prospettiva nuova. Abbiamo ascoltato i fedeli durante le messe. Dopo aver letto il Vangelo conversavamo con l’assemblea. Ascolto prima di tutto».