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Impronte sulla neve. Cento anni sui sentieri di Mario Rigoni Stern

Viene spontaneo chiedersi, con un sorriso, che cos’avrebbe detto Mario Rigoni Stern di questo anniversario che lo riguarda e che reca in dono celebrazioni di ogni sorta, per forza di cose non immuni da una retorica lontanissima da Rigoni Stern. Ma la ricorrenza dei cento anni dalla nascita del grande scrittore è realmente un’occasione preziosa per tornare alle sue pagine e alla sua voce, che non smette di affascinarci. 

Il continente narrativo di Mario Rigoni Stern è come neve sempre fresca, in cui ciascuno trova la sua traccia di (ri)lettura da battere. Non stupisca se per raccontare il miglior scrittore di montagna italiano e l’uomo dei passi instancabili nella steppa iniziamo dalle mura domestiche. È lo stesso Rigoni a scegliere di raccontarsi così nello splendido racconto “Le mie quattro case”. Nella prima, costruita dagli antenati, scrive di non aver mai abitato, perché distrutta dalla Grande guerra – e comprendiamo così come la prima casa sia per ciascuno il tempo in cui si nasce, la storia in cui si è immersi. Nella seconda casa, “di mezzo tra l’antico e il nuovo”, Mario nasce il 1° novembre 1921 e cresce, legge, coltiva amicizie e timidi amori, e da lì nel 1938 parte all’avventura verso Aosta, alpino, aspirante specializzato sciatore rocciatore. Si schianta sui fronti di guerra – Francia, Albania, Grecia e la maledizione suprema della Russia. Fatto prigioniero dai tedeschi, nel lager prende forma la sua terza casa, “un rifugio dell’inconscio […] il progetto di questa casa teneva occupati i miei pensieri e sopiva la mia fame”.

La quarta casa è quella che dopo la guerra si costruisce in Val Giardini, “semplice come un’arnia per api. Comoda e tiepida; silenziosa ai rumori molesti che sono lontani e vicina ai rumori della natura; con finestre che guardano lontano…”. Il suo habitat sarà quello, nel tempo via via ritrovato della quotidianità: il lavoro al catasto, i tre figli, la caccia e i boschi, l’orto e le api. Una vita ordinaria per essere audaci nella scrittura, perché dopo l’orario di lavoro Mario si avventura in un territorio ignoto, inchiodato al tavolo del suo studio, con la finestra aperta. Prendono corpo la sua scrittura nitida e il suo stile inconfondibile: gambe forti, sguardo bellissimo, una voce secca ma profonda, capace di produrre vibrazioni intime.

 

Tra quelle raccontate da Rigoni, una casa celeberrima (sul cui tetto cresce un ciliegio selvaggio) è quella che apre “Storia di Tönle”, a detta dell’autore il suo libro più bello. Tönle e la sua vicenda piena di movimenti ci consegnano la figura dell’andare e tornare, dello stare e del partire: la vita e le narrazioni di Rigoni Stern si bilanciano sempre su queste dinamiche complementari, e anche per lui come per il suo personaggio la casa è l’elemento chiave che muove il ritorno.

Per partire e tornare si attraversano soglie, e a volerne scegliere soltanto una dentro alla narrativa dell’autore asiaghese, scegliamo quella costituita dal bosco e dalla sua vita traboccante, soglia misteriosa, soglia di equilibri da preservare e in cui le specie più diverse si incontrano e convivono in equilibrio. Sappiamo quale immenso cantore del bosco sia Rigoni Stern, e dell’Altipiano nel suo insieme. Scrive davanti a una finestra spalancata verso i prati e i boschi, e attraverso questa soglia il mondo viene ospitato dentro la scrittura, in un’osmosi permanente e irrinunciabile.

Scrive davanti a una finestra spalancata verso i prati e i boschi, e attraverso questa soglia il mondo viene ospitato dentro la scrittura, in un’osmosi permanente e irrinunciabile.

Riesce a far parlare la natura, a farsi tramite per un mondo; in lui parlano il lepre e il pino mugo, l’urogallo e le api, i ruscelli e la nuda roccia, larici, pernici e betulle, ogni cosa parla, in lui. Quando gli chiedono cosa sia per lui la preghiera, risponde: stare in bosco da solo. “Il bosco, cattedrale del creato. Le luci che filtrano dall’alto, i fruscii, i suoni, gli odori, i colori sono mezzi per far diventare preghiera le tue emozioni, da offrire senza parole a un Dio che non si sa”. Su questi temi scrive soprattutto racconti, misura breve che ben si adatta alla memoria e alle storie della vita quotidiana. Racconti dedicati ai selvatici, agli animali del bosco, del cielo e della terra. Dedica un meraviglioso libretto agli alberi del suo brolo, “Arboreto salvatico”, con la “a”, rimandando all’idea di salvezza. Va notato che in Rigoni Stern non c’è mai la “natura” generica: ci sono nomi, esistenze, un’assoluta precisione lessicale che viene dall’esperienza diretta, una lingua che nomina ogni cosa – al modo dei naturalisti e dei poeti.

 

 

Per partire e tornare si attraversano soglie e si percorrono strade, e la strada attraverso cui molti arrivano alle pagine di Mario Rigoni Stern passa dalla neve e dal gelo della ritirata di Russia, seguendo i passi del “Sergente nella neve”, indimenticabile romanzo della storia ad altezza d’uomo e che nel suo alveo, poi, ospiterà tanti altri racconti e memorie relative alle esperienze di guerra del sergente maggiore Rigoni. Un’odissea dentro all’iliade, senza i nomi dei paesi attraversati nella ritirata perché ai soldati non viene comunicato niente; il fiume Don ghiacciato alle loro spalle, la steppa infinita davanti a loro, solo questo sapevano. “Ghe rivarem a baita?”. La pagina più celebre del romanzo sembra permettere al protagonista Rigoni Stern di arrivare a baita, a casa: nel bel mezzo della battaglia di Nikolaewka, ormai convinto di morire sotto il fuoco russo, entra nel silenzio di un’isba piena di soldati nemici, e mangia con loro. L’umano di ogni tempo, simbolicamente, già qui arriva a baita: nella casa di altri, bussando, deponendo le armi, accolto, condividendo il cibo e poche parole vere. Ed è anche per pagine come questa che Mario Rigoni Stern è uno scrittore che, pur appartenendo a un luogo, l’Altipiano, non accetta bandierine localistiche: è uno scrittore europeo, mondiale, universale.

 

Molti racconti e romanzi di Rigoni Stern si concludono proprio col fremito della primavera, e anche le sue lettere terminano spesso con un augurio di primavera. Non è un caso, la primavera è la stagione del suo ritorno a casa dopo la guerra, nella polifonia della vita piccola che nonostante tutto si riaccende e rinnova, inesauribile. I giorni e gli anni di Mario passano senza rincorrere il tempo e senza sprecarlo. Coltiva l’orto, alleva api, cura gli alberi del suo arboreto, va a caccia, fa lunghe camminate per i monti. Scrive, fino all’ultimo. È paziente e ospitale con i lettori che passano a salutarlo, un maestro di impegno ed etica civile. La sua ultima primavera Mario Rigoni Stern la attraversa consapevole della fine imminente. Pochi mesi prima la diagnosi, un tumore al cervello inoperabile, e il desiderio confidato ai figli di rivedere certi luoghi a lui cari dell’Altipiano. E possiamo solo immaginare i suoi tanti congedi nascosti e intimi – dal bosco, dai selvatici, dalla neve… La primavera sta per finire quando Mario Rigoni Stern muore ad Asiago e va avanti, il 16 giugno 2008. Per sua stessa volontà la notizia della morte viene data a funerale già avvenuto. Fino alla fine: discrezione e dignità assoluta, nella vita e sulla pagina.

Per sempre grati a Mario Rigoni Stern, e come chi non vuole salutare un caro amico, restiamo ancora un poco tra le sue pagine e facciamo durare la sua voce pescando uno dei tanti gesti indimenticabili che ci ha consegnato. In un racconto poco conosciuto intitolato A Bujlovka Rigoni ci narra il suo ritorno sui luoghi di guerra, e un incontro di intensità straordinaria. Vede due vecchie nel cortile di un’isba, le saluta e nota che le galline becchettano dentro un coperchio di gavetta. Una delle due glielo porge, e pulendolo Rigoni vede apparire il disegno di un cuore, con dentro una figura di ragazza. Di chi sarà stato?, si chiede. Forse di Marangoni, innamorato e caduto qui con una pallottola in testa. “Guardo con struggimento questo coperchio che rievoca tante cose e faccio l’atto di restituirlo alla vecchia sperando in cuore che me lo lasci. Le vecchie russe leggono dentro l’anima degli uomini: ‘Tienilo’, mi dice semplicemente”. È un gesto anche per noi. Sarebbe bello che le celebrazioni di questo centenario fossero un gesto di raccolta – del racconto e della memoria così semplice e intensa che ogni pagina di Rigoni Stern ci consegna. “Tienilo”, sembra dirci Mario Rigoni Stern. “Custodiscilo tu”.


Gli autori

Enrico Zarpellon, nato nel 1987 a Bassano del Grappa, bibliotecario ed esperto di editoria e narrativa, è autore di “A baita. Walkabout su Mario Rigoni Stern”, uno spettacolo dedicato allo scrittore dell’Altipiano nel centenario della sua nascita da cui è tratto il testo che pubblichiamo. Walkabout è un format innovativo per fare un’esperienza profonda dei libri. Al punto di intersezione tra uno spettacolo teatrale e una lezione, tra un reading e un concerto musicale, ogni Walkabout offre un viaggio tematico attraverso le grandi pagine della letteratura. Le prossime repliche sono in programma: sabato 30 ottobre, 20.45, Auditorium A. Vivaldi – San Giuseppe di Cassola; Sabato 6 novembre, 20.30, Teatro Centro giovanile – Santorso; Domenica 14 novembre, 20.45, Chiesetta Torre – Romano D’Ezzelino.

Martina Gianello, nata nel 1994 a Vicenza e residente a Isola Vicentina, ha all’attivo diverse pubblicazioni. Dal 2019 fa parte del gruppo di fumettisti vicentini Breganze Comics e collabora con La Voce dei Berici.

Andrea Frison, nato nel 1983 a Marostica, è redattore de La Voce dei Berici.

3 Commenti

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  • Con grande gioia ed entusiasmo ho seguito le clebrazioni in onore del centesimo anniversario della nascita del grande scrittore Mario Rigoni Stern. Con l’affetto della memoria ho rivissuto il suo arrivo a baita in un tardo pomeriggio del 1945 . Allora ero una bimba di 5 anni ed assieme a tutte le persone della contrada lo vedemmo camminare speditamente fino a raggiungere la casa al # 5 di Via Monte Ortigara dove al 2ndo piano abitava la famiglia dei suoi genitori.