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Il vescovo Giuliano visita i senzatetto di Vicenza

I volontari della Papa Giovanni XXIII con il vescovo di Vicenza Giuliano Brugnotto

La Voce dei Berici in esclusiva con il Vescovo e alcuni volontari della Papa Giovanni XXIII nel loro giro settimanale. Khaled improvvisa una poesia e Sandru non presta l’accendino all’amico africano: «Ti serve per farti».

«Se il sole domani non dovesse sorgere, basterebbe il tuo sorriso per illuminare l’Universo». Khaled fa l’inchino, toccando l’asfalto con il ginocchio. Di sottecchi cerca lo sguardo della persona a cui ha rivolto la poesia improvvisata perché «noi del deserto siamo abituati a comporre dei versi quando qualcosa ci colpisce il cuore». Khaled (nome di fantasia) è un senzatetto nordafricano e il sorriso che gli ha “strappato” la poesia è quello di Debora, volontaria della Papa Giovanni XXIII che una sera alla settimana, con altri volontari, percorre il centro storico visitando chi, come Khaled, si prepara a coricarsi tra Campo Marzo, Piazza dei Signori, Piazza Matteotti o Contrà Burci, nel centro storico di Vicenza.

È una sera particolare quella in cui ci aggreghiamo all’unità di strada. Con loro c’è anche il Vescovo, invitato dalla Papa Giovanni XXIII per conoscere questo spaccato di vita cittadina. Non ci sono altri giornali, a parte La Voce dei Berici. Il patto è quello di non fare fotografie, interviste o prendere appunti. Per rispetto, prima di tutto, e per non vanificare la fiducia costruita negli anni tra gli operatori di strada e i senzatetto.

Prima di partire al Vescovo vengono date poche ma semplici regole da una volontaria, Roberta, una delle prime ad iniziare ad occuparsi dei senzatetto con la Papa Giovanni, circa vent’anni fa: «Lei stasera è semplicemente Giuliano. Non dia loro soldi e nemmeno il numero di telefono. Si avvicini discretamente e li ascolti, con semplicità. Io quando li incontro vedo in loro Cristo crocifisso. Spero accada anche a lei». Dopo il tramonto, si parte. I volontari attraversano Campo Marzo e poi si dividono in due gruppi. «È sempre meglio essere poco numerosi, per non insospettirli – racconta Roberto, il marito di Roberta -. Se vediamo qualcuno particolarmente alterato ci teniamo distanti, se qualcuno sta male o è ferito chiamiamo i soccorsi. Praticamente tutti hanno problemi di dipendenze. Dall’alcol o peggio, dalle droghe. Per questo portiamo loro da bere del the, mai acqua: serve per farsi di crack». Che la droga circoli lo si nota quasi subito. Un nordafricano chiede a Sandru (nome di fantasia), un senzatetto rumeno, di prestargli l’accendino. Sandru fa per darglielo, ma vede che l’altro ha la sigaretta accesa in bocca e un cucchiaio in mano. «Non ti serve per fumare ma per farti, non ti do un bel niente». L’altro si allontana e Sandru riprende i suoi discorsi con i volontari. «Sto bene qui, I love this life, I want to be free (amo questa vita, voglio essere libero)» racconta seduto a terra, tra un cartone di vino rosso vuoto e uno da iniziare, conservato gelosamente sotto al lenzuolo sul quale passerà la notte. Ha da poco salutato la sua “fidanzata”, «meglio avere amore che soldi», dice, tende a filosofeggiare, nota il Vescovo, «tu sei prete», gli dice. Lo salutiamo, e gli operatori raccontano che Sandru passa la notte a Campo Marzo, intriso di umidità. Ha qualche famiglia che lo aiuta, addirittura affidandogli qualche piccolo lavoro. Ma vuole vivere in strada. «In realtà non manca chi riesce a cambiare vita – racconta Debora, responsabile dell’unità di strada -. Abbiamo seguito diversi inserimenti abitativi e lavorativi, alcuni con successo. Ma è la strada che non ti molla. Non di rado, appena uno ha un indirizzo ufficiale viene raggiunto da tutte le multe accumulate negli anni, anche per cose piccole. O da reati gravi. Una storia dolorosa ha riguardato un senzatetto che aveva trovato lavoro, tutto andava bene fino a quando non è stato arrestato in fabbrica. È rimasto in prigione un anno, il suo datore di lavoro è stato fantastico, lo ha aspettato. Ma non è facile, dopo un anno di prigione».

In piazza Castello, il gruppo si ferma vicino al rifugio di un senzatetto, vuoto. Umberto, uno dei volontari, si china e indica una scritta sul muro “Renato rimarrai sempre nei nostri cuori”. «Renato era un senzatetto, morto un paio di anni fa, originario del Lazio – racconta Umberto – lo abbiamo incontrato pochi giorni prima che morisse, intento a raccogliere mozziconi di sigarette. Aveva una brutta polmonite, quel giorno». Quando si vive in strada, in strada si fa tutto: si dorme, si mangia, si va in bagno e si muore. «Da qualche anno in dicembre – racconta Debora – nella chiesa di Santo Stefano celebriamo una messa per i senzatetto che ci hanno lasciati». 

Il giro si conclude, dopo aver incontrato una quindicina di senzatetto, molti indiani con nomi incomprensibili e un dialogo ridotto all’osso: «Vuoi del thè?». La risposta è sempre sì. 

Khaled, il poeta, è uno degli ultimi che incontriamo. È un intrattenitore, ne racconta di cotte e di crude, vere o false non lo sapremo mai. Insiste per avere l’orologio del Vescovo: don Giuliano non cede ma si guadagna un abbraccio. Lo salutiamo mentre è intento a mangiarsi della pastasciutta in una scatola di plastica, trovata in un cestino.

I due gruppi si ritrovano per un gelato. Il Vescovo è rimasto colpito dal giro, «si scopre un mondo – dice -, ed è molto bello il modo in cui questi volontari avvicinano i senzatetto, dando loro lo spazio di raccontarsi». L’atto finale è una breve preghiera, in piazza Duomo, per affidare alla Madonna di Monte Berico questi suoi figli che dormono sotto le stelle. 

Andrea Frison