Editoriali

Il Papa e il Presidente

Iniziando l’anno tra le dolorose notizie che giungono dai tristi teatri di guerra del mondo (dove neppure scuole, ospedali e orfanotrofi sono più rispettati), le violenze e i segni di disagio sociale che si moltiplicano nei nostri territori (in particolare contro le donne) e una politica nazionale sempre più animosa, irrequieta e irresponsabile (di cui il “parlamentare pistolero” di capodanno diventa icona emblematica e inquietante), ci sembra consolante la consonanza tra le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quelle di papa Francesco. C’è evidentemente tra il Quirinale e il Vaticano una sintonia che nasce e si spiega solo dall’avere a cuore il bene comune, in modo disinteressato, e la capacità di guardare al mondo e ai problemi con uno sguardo d’insieme, oltre ogni particolarismo e partigianeria.

L’autorevolezza di cui entrambi questi uomini anziani (87 anni il Papa, 82 il Presidente) continuano, nonostante tutto, a godere deriva dal fatto di non vivere ritirati sui rispettivi colli di Roma, ma di essere, ciascuno a suo modo, in mezzo alla gente, instancabilmente presenti sul territorio, pronti a valorizzare e incoraggiare il bene che c’è, nella società e nella Chiesa, ponendo così un argine efficace al dilagare del male e della stupidità.

Nel suo Messaggio di fine anno, Mattarella ha apertamente ringraziato papa Francesco “per il suo instancabile Magistero” contro la cultura dello scarto che tante volte pervade la nostra società. Ma la vicinanza al sentire del pontefice si è vista in molti dei punti toccati dal Presidente della Repubblica. Innanzitutto la guerra, con i suoi tragici esiti di vite spezzate, famiglie distrutte e generazioni perdute; la condanna della ferocia terroristica di Hamas, ma al contempo anche della brutale reazione del governo israeliano. La denuncia coraggiosa dei mercanti d’armi e della logica di competizione permanente tra gli Stati. La violenza definita “odiosa” sulle donne e l’invito ai più giovani, chiamati paternamente “cari ragazzi”, a non scambiare l’egoismo e l’orgoglio per amore; il senso di abbandono e risentimento che spesso serpeggiano nelle periferie delle nostre città; i problemi che riguardano il mondo del lavoro, segnato da condizioni di iniquità o insicurezza, e quello degli anziani, cui si devono sempre rispetto e riconoscenza. “Occorre il coraggio di ascoltare e vedere queste situazioni”, ha detto il Presidente, e “la disponibilità a rispondere con una partecipazione attiva alla vita sociale, non cedendo alla rassegnazione o all’indifferenza”. E qui Mattarella ha concluso, per dimostrare come il bene sia davvero possibile e praticabile, ricordando alcuni esempi concreti: la pietà composta della gente di Cutro, gli angeli del fango accorsi da tutta Italia in Romagna dopo l’alluvione, i giovani affetti da autismo impegnati nelle cooperative sociali, gli uomini e le donne in divisa che svolgono con costanza e dedizione il proprio servizio. Anche papa Francesco nell’Angelus del primo dell’anno ha voluto salutare e ringraziare il presidente della Repubblica. Ha rinnovato la propria preoccupazione e la propria preghiera per l’Ucraina, la Palestina e Israele; ha affidato all’intercessione di Maria le donne vittime di violenza, ricordando che “l’amore non soffoca mai, ma sempre fa spazio all’altro”; ha esortato tutti a custodire il silenzio contemplativo e ad essere operatori di pace, con un pensiero particolare anche per i cristiani perseguitati.

Sia il Papa che il Presidente, come nonni premurosi, amano parlare soprattutto ai giovani, forse perché sanno che è nel loro cuore che possiamo ancora sperare germoglino i semi di un mondo migliore.

Alessio Graziani

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