Editoriali

Il livello di guardia

di Stefano De Martis

È almeno dai tempi di Tangentopoli che in Italia i rapporti tra politica e giustizia sono periodicamente segnati da forti tensioni. I due “mondi” si accusano reciprocamente di invasione di campo, talvolta con qualche ragione da entrambe le parti. È un’accusa grave perché tocca uno dei capisaldi della democrazia moderna, la separazione dei poteri. Non è un caso che in quelle che sono state definite “democrazie illiberali” dell’Est europeo inteso nel senso più ampio, il controllo del potere politico sulla magistratura sia – insieme alla repressione della libera informazione – l’elemento caratterizzante che viene più immediatamente in evidenza. Ma anche senza arrivare a queste pericolose e contagiose derive, il buon funzionamento della nostra democrazia non può sopportare a lungo uno scontro frontale tra politici e magistrati. La Costituzione, nella lettera e nello spirito, esige che tra i diversi poteri dello Stato sussista ordinariamente una leale collaborazione. Il sistema può realisticamente tollerare un certo grado di dialettica, anche acuta, ma quando si supera il livello di guardia bisogna che si attivino gli anticorpi che la nostra democrazia dimostra ancora di possedere.

In occasione del caso di Salvini e della Lega il livello di guardia è stato superato. Le indagini sulla Diciotti e la sentenza sui fondi del Carroccio sono diventate motivo

di un attacco ai magistrati così profondo e plateale da richiedere una mobilitazione di tutti i livelli istituzionali per cercare di spegnere un incendio dalle conseguenze imprevedibili. Un attacco tale da mettere in difficoltà anche l’altro pilastro della maggioranza, il M5S. Di fronte al proprio elettorato, i Cinquestelle non possono permettersi che l’alleato di governo dia l’impressione di volersi sottrarre all’azione della magistratura in nome dell’investitura popolare ricevuta con il voto. Cioè quanto gli stessi pentastellati hanno sempre contestato ai leader della Seconda Repubblica, in primo luogo Berlusconi.

Le sollecitazioni istituzionali e le pressioni all’interno della maggioranza sembrano essere riuscite a spegnere la miccia. Almeno per qualche giorno. Resta il problema di fondo che si è manifestato anche in questa circostanza: l’uso strumentale del richiamo alla volontà popolare. Tanto più inquietante se si considera che i meccanismi di formazione dell’opinione pubblica risultano esposti all’attività organizzata di centrali strategiche, anche con collegamenti esteri, in grado di incidere pesantemente sui social network, scatenandosi soprattutto in alcuni passaggi politici cruciali. Era accaduto a fine maggio con la grottesca ipotesi di impeachment prospettata dal M5S nei confronti del Capo dello Stato ed è accaduto nuovamente nei giorni scorsi a sostegno della polemica di Salvini contro i magistrati.

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