In primo piano Luoghi della Quaresima

Il deserto

Un “viaggio” settimanale per prepararci alla Pasqua/1

Fra la frenesia del presente e l’eco degli ultimi sorrisi di Carnevale, ci troviamo a rivivere la Quaresima. Da piccolo mi metteva un velo di malinconia, perché la percepivo come parentesi fatta solo di penitenza e sacrifici. Eppure si tratta di un tempo di grazia e di riordino, occasione per riscoprire l’essenzialità dell’esistenza e della fede. E mentre la cenere lambisce il mio capo, la Parola propone un vero e proprio accompagnamento, attraverso luoghi carichi di valenza teologico-spirituale.

Si parte subito da una realtà difficile, quanto affascinante, il deserto, nella Bibbia luogo privilegiato da Dio per parlare al cuore dell’uomo. Si riparte dal deserto, perché solo lì ci può essere il silenzio necessario per percepire e ascoltare la sua Voce.

Si parte dal deserto, per imparare a fare i conti
con la precarietà dell’esistenza.

Si parte dal deserto, per scoprire che Dio lo posso incontrare anche nei luoghi apparentemente meno accoglienti, e così ciò che percepisco arido, sterile, si rigonfia improvvisamente di vita. Quante volte, in fondo, le donne sterili nella Bibbia sono divenute madri?

Si parte dal deserto, per capire una volta per tutte che le avversità non si superano da soli, ma assumendo come stile la condivisione e la solidarietà.

Si ricomincia proprio dal deserto, lo stesso che per 40 anni e attraverso 40 tappe, Israele ha percorso per dare forma alla propria identità di popolo: una vita! Si parte da lì, dove il popolo aveva concluso il cammino, perché la Quaresima ogni anno ci ricorda che siamo chiamati a liberarci dalla schiavitù delle nostre certezze, anche religiose, lasciandoci avvolgere dalla gratuità libera dello Spirito, consapevoli che ogni esodo ha a che fare con la tentazione. Si potrà pur stare con le bestie selvatiche, ma alla fine si sarà serviti dagli angeli: la nuova creazione avrà finalmente compimento (cfr. Mc 1,12s).

Si riparte dal deserto, perché solo lì posso capire
di cosa ho veramente fame e bisogno.

Come in più di un’occasione ricorda Enzo Bianchi, ex priore di Bose, «il digiuno ci costringe a fare i conti con un quesito radicale: “Cristiano, di cosa nutri la tua vita?” e, nel contempo, pone un ulteriore interrogativo: “Che ne hai fatto di tuo fratello che non ha cibo a sufficienza?”».

Nel deserto, infatti, si riapprende la “disciplina dell’oralità”, della bocca, perché siamo ciò di cui si nutre il cuore, e facciamo i conti con l’attualità del digiuno, praticato non tanto per finalità estetiche o per rivendicare attenzioni e diritti, bensì quale possibile risposta cristiana alla voracità della società, che in maniera bulimica ingurgita tutto, ma non assapora niente.

Potrebbe essere luogo ove mantenere desta e viva la coscienza rispetto alle logiche di possesso e dominio che ancora non permettono di dire che c’è una giustizia per tutti.

Potrebbe essere quel ventre vuoto che, in quanto tale, si dimostra disponibile ad accogliere la vita, quella vera.

Partiamo dal deserto, allora, un passo alla volta…
o forse quaranta… forse una vita intera.