Missioni

Ezechiele Ramin, martire veneto nel cuore dei brasiliani

di Andrea Frison

«Avete mai provato a stringere la sabbia in un pugno? È impossibile trattenerla, sfugge da tutte le parti. Ecco, “Lele” era così. E lo è ancora».

Antonio Ramin è il fratello di padre Ezechiele, Servo di Dio e comboniano nato a Padova il 9 febbraio del 1953 e ucciso ad Aripuana, in Brasile, il 24 luglio 1985. Padre Ramin è uno dei testimoni scelti per accompagnare il mese missionario straordinario del prossimo ottobre, proposto dalla Conferenza episcopale del Brasile. Il fratello, Antonio, racconterà la sua storia il corrente sabato 23 marzo alle 20.30, a Monte Berico, in occasione della veglia diocesana per i missionari martiri.

« Il martirio di Ezechiele è stato il frutto di una situazione sociale rovente – racconta Antonio -. A partire dagli anni ’70, per alleviare la tensione sociale, la dittatura brasiliana incentivò la migrazione nello Stato di Rondonia. Ma con i piccoli senza terra arrivarono anche i grandi “fazenderos” i latifondisti. Così si creò lo scontro tra i piccoli e i grandi agricoltori, naturalmente a spese degli indios, gli unici abitanti di quelle terre, fino ad allora». Ordinato nel 1980, Ezechiele arriva in Brasile nel 1984, a Cacoal, nella Diocesi retta dal vescovo salesiano Antonio Possamai, trevigiano.

«La Chiesa brasiliana era reduce dalle conferenze di Puebla e Medellin, aveva fatto sua l’opzione preferenziale per i poveri e l’impegno nel contesto sociale. Ezechiele si mise a servizio di questa Chiesa, con l’intemperanza giovanile ma anche con molto studio. E si trovò davanti i “faraoni” dell’epoca », ovvero i “fazenderos” che assoldavano “pistoleros” per assassinare chiunque si mettesse davanti alle loro mire espansionistiche, fossero indios, coltivatori, sindacalisti o… preti.

«Un giorno le donne del villaggio di Aripuana andarono a chiamare Ezechiele, per avvisarlo che i loro uomini stavano per imbracciare le armi. Ezechiele li raggiunse, assieme ad un sindacalista, riuscì a calmarli e li assicurò che si sarebbe fattocarico delle loro istanze». Sulla via del ritorno, la sua auto venne fermata da un gruppo di miliziani che lo crivellò di proiettili. «Ricordo le prime parole pronunciate da mio padre, quando la notizia ci raggiunse: “noi perdoniamo” – racconta Antonio -. E poi ha aggiunto:“Ezechiele parlerà più da morto che da vivo” ».

Oggi di Ezechiele Ramin è in corso la causa di beatificazione. Si sono chiuse le fasi diocesane ed è in corso la scrittura della positio, a Roma.