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Europa: un mese dal voto per scegliere tra passato e futuro

di Lauro Paoletto

Manca un mese alle elezioni europee. Tra giovedì 23 e domenica 26 maggio, infatti, circa 400 milioni di cittadini europei (di cui 51 milioni di italiani) saranno chiamati a rinnovare il Parlamento europeo. Si voterà in giorni diversi ma lo scrutinio avverrà in simultanea in tutti i Paesi a partire dalle 23 di domenica 26 maggio.

È la nona volta che dal 1979 i cittadini europei eleggono i propri rappresentanti a Strasburgo e questa volta tutti sono consapevoli che è un passaggio particolarmente delicato per il cammino dell’Unione.

Cosa ci sia in gioco lo ha ricordato drammaticamente l’uccisione della 29enne giornalista irlandese Lyra McKee avvenuta venerdì notte a Londonderry (Irlanda del Nord) in una notte di violenza e sangue che ha visto in azione quella che si fa chiamare la New Ira, il gruppo dissidente repubblicano da sempre contrario agli accordi del Venerdì Santo del 1998 che aveva messo fine a 30 anni di scontri tra cattolici e protestanti.

È uno dei frutti avvelenati più pericolosi che può portare in dote la Brexit: il ritorno di un passato che in tanti pensavamo affidato per sempre alla storia, un passato di guerre, uccisioni, odi, divisioni. I tragici fatti d’Irlanda di questi giorni ci dicono che certe conquiste non vanno date per scontate e che il passato, anche il peggiore, può sempre tornare. Il sogno europeo fortemente voluto all’indomani del tremendo Secondo conflitto mondiale dagli statisti l’italiano Alcide De Gasperi, il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer nasceva innanzitutto da questa convinzione: bisognava creare le condizioni perché non potessero ripetersi simili tragedie nel continente europeo. L’unico modo era condividere i destini, mettendo al centro quello che univa prima di quello che poteva dividere. Questo ha garantito pace, prosperità e sviluppo.

È stata la lezione anche di questi decenni. I Paesi hanno, via via, aderito alla famiglia dell’Unione europea, scegliendo liberamente, senza alcuna imposizione esterna, di cedere a delle istituzioni sovranazionali parte della propria sovranità. È stato un vero capolavoro politico, un azzardo che ha consentito di tradurre in realtà quello che prima poteva solo essere considerato un’ipotesi di scuola.

Questi passaggi, nei quali tra l’altro i rappresentanti cattolici ebbero un ruolo primario, hanno consentito di creare uno dei soggetti capaci di pesare e competere con le altre potenze planetarie: dagli Stati Uniti alla Cina, dall’India alla Russia. L’Europa è diventata la più grande area di libero scambio del mondo. E questo (tra parentesi – e neanche tanto) ha un significato notevole per un Paese fortemente esportatore come il nostro: grazie al mercato unico, infatti, le nostre aziende e i nostri consumatori hanno potuto accedere ai prodotti e ai mercati di tutti i paesi dell’Unione, più paesi come la Norvegia, il Liechtenstein e l’Islanda (a cui si applicano le regole di libera circolazione del mercato interno) e la Svizzera (che ha firmato un trattato di libero scambio con l’Unione), con vantaggi prima impensabili.

Certo, proseguendo nel cammino il sogno ha fatto i conti anche con la prosaica realtà. È stato come all’interno di una relazione d’amore: dopo l’innamoramento iniziale, la sfida vera sta nella quotidianità dove emergono i difetti che l’entusiasmo iniziale aveva fatto passare in secondo piano. Errori di valutazione, scelte politiche miopi, crisi economiche, processi democratici non sempre all’altezza delle aspettative hanno creato sentimenti di delusione. Tutto questo può starci all’interno di relazioni, tanto più se complesse e articolate come quelle tra Paesi diversi. Ma è proprio in questi momenti che si misura la capacità di rilanciare il sogno e di guardare al futuro o piuttosto di cedere alla tentazione di volgere lo sguardo al passato, con nostalgie pericolose.

Quanto sta succedendo in Gran Bretagna con la Brexit ci ricorda, peraltro, due cose fondamentali: i problemi complessi non hanno soluzioni facili e non possono essere risolti, dunque, con un “Sì” o con un “No” come decise di fare in modo scellerato David Cameron con il referendum britannico del 23 giugno 2016. Eleggiamo i nostri politici proprio perché crediamo che ci vogliano persone competenti per assumere scelte articolate che devono tener conto di molteplici variabili.

La seconda cosa è che in più di 70 anni di storia i Paesi che hanno dato vita a questo progetto unico nella storia che è l’Unione Europea hanno condiviso così tanto e in modo così profondo che dividersi è davvero molto, molto ma molto complicato.

I risultati elettorali del voto per il Parlamento europeo sono molto importanti e influenzeranno anche l’elezione del presidente della Commissione europea che, proposto dal Consiglio europeo, deve poi essere eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta. Nella prossima legislatura l’Ue se vorrà rilanciare il sogno dei padri fondatori (e in questo i rappresentanti cattolici avranno una responsabilità particolare) dovrà por mano a riforme molto importanti relative sia al funzionamento delle stesse istituzioni, sia alla capacità di affrontare sfide fondamentali alle quali l’Unione è chiamata a dare risposte credibili ed efficaci: dal problema crescente delle diseguaglianze tra i cittadini al fenomeno irreversibile delle migrazioni, dalla crisi ambientale al bisogno di creare nuove opportunità per i giovani. Si tratterà di capire chi propone di affrontare queste sfide rinsaldando l’unione e il cammino insieme e chi invece si illude che la risposta passi attraverso un rafforzamento dei poteri dei singoli stati.

Quanto accaduto recentemente in Irlanda ci offre in modo chiaro e drammatico una chiave di lettura che non dovrebbe lasciar dubbi.