Editoriali

“El canta slosso”

Giovedì scorso, durante l’abituale adorazione eucaristica nella chiesa di Lisiera, si è staccata da una trabeazione del soffitto una rosetta ornamentale di gesso. Fortunatamente (o provvidenzialmente) non ha colpito nessuno. L’artigiano salito il giorno dopo a verificare che non vi fossero altri pezzi pericolanti, dopo aver con mano esperta picchiettato sul cornicione, ha sentenziato: «el canta slosso».

L’espressione, come molte altre del nostro dialetto, ha una pregnanza difficile da rendere in italiano, sia nella scelta del verbo “cantare”, che in quella dell’aggettivo “slosso” che, derivando secondo alcuni addirittura dal francese, indica – a partire dalle uova – qualcosa di andato a male, di non più sano, di ammalorato. A guardarla dal basso quella trabeazione ricca di fregi, vecchia di almeno cent’anni (ecco, ora ci toccherà anche coinvolgere l’Ufficio per i beni culturali) pareva la cosa più solida del mondo. E invece, sotto a svariate mani di vernice stratificatesi nel corso del tempo, si nascondeva una grande precarietà e fragilità.

Un ministro dell’Eucarestia, assistendo alla scena, mi ha chiesto tra il preoccupato e il divertito: «Sarà mica un segno della Chiesa che va in pezzi?». L’immagine certo appare suggestiva. A volte abbiamo effettivamente l’impressione che molti aspetti del cristianesimo, almeno come lo abbiamo conosciuto noi, stiano rovinando. Da molto tempo ci eravamo forse limitati a dare una mano di vernice ad una prassi pastorale vecchia che ora non può più nascondere la propria strutturale inadeguatezza ai tempi nuovi.

Attenzione però. Non è il muro portante ad essere ammalorato, ma il suo rivestimento ornamentale che chiede di essere risanato, sostituito o meglio ancora semplicemente tolto. Perché nell’era del cartongesso, la gente ha quanto mai bisogno di solide murature su cui costruire o ricostruire la propria vita. Una Chiesa più semplice, senza orpelli, capace di tornare all’essenziale, portando all’incontro con colui che solo è “la pietra angolare”, il Signore Gesù Cristo. Una pietra che, forse senza accorgercene, avevamo progressivamente sepolto sotto mani e mani di intonaco e di ornamenti, magari anche preziosi, ma che avevano finito per occultare la semplice bellezza del Vangelo.

E allora ben venga che cadano pezzi e ben venga il cammino sinodale che vuole riportare la Chiesa al suo cuore e al suo primitivo splendore. Sia benedetta anche questa crisi della religiosità, se aprirà ad una nuova stagione della fede. Caduti certi intonaci, scopriremo non il vuoto, ma – come in un affresco dimenticato che torna alla luce – lo sguardo intenso di Cristo, capace di attirare a sé i cuori di tanti uomini e donne assetati di verità, di giustizia e di amore, ma che si trovano a vivere in un mondo che tante volte, quello sì, davvero “canta slosso”. Un mondo in cui a Sanremo vince emblematicamente “La noia”; in cui la maggior parte delle banche, anche quelle che sostengono il sociale, fanno un sacco di soldi grazie alle guerre in corso; in cui i politici si urlano spudoratamente addosso tutto e il contrario di tutto e tu non sai più a chi credere; in cui influencer, veline e calciatori continuano a vendere fumo, drogando i sogni dei nostri ragazzi.

Ma proprio da Sanremo vorrei prendere un’altra immagine, questa davvero bella e positiva: Roberto Vecchioni che canta con il giovane rapper Alfa “Sogna, ragazzo, sogna”. Un’interpretazione pulita, sincera, fino al punto di risultare commovente. E allora mi immagino Vecchioni che tiene la scala ad Alfa. E questo ragazzo che sale là, in cima, sul cornicione della chiesa, e cantando di gioia, sostenuto dalle generazioni precedenti, stacca tutti i pezzi ammalorati, liberando la speranza.

Alessio Graziani

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