Diocesi

Don Marco Ferrari salvo grazie al miracolo di Maria Bolognesi

Non ama sentirsi definire miracolato. «È una condizione ingombrante» dice. Fatto sta che don Marco Ferrari, 32 anni, (nella foto con i genitori e una coppia di amici) prete diocesano di Colzé (Vi) che studia al Pontificio Istituto Biblico di Roma (tra pochi mesi otterrà la Licenza), all’età di 2 anni era ad un passo dalla morte. Arresto cardiaco. Encefalogramma quasi piatto. Fu rianimato per quasi 2 ore. «Il protocollo diceva 40 minuti, ma un sanitario decise di continuare» racconta il sacerdote. Ricoverato da giorni in ospedale per una grave allergia ad un farmaco, per i medici non c’era speranza. Tutti gli organi interni erano compromessi.

Sono trascorsi 30 anni esatti da quel periodo tragico, ma anche straordinario: il ricovero avvenuto il 2 febbraio (giorno della Presentazione di Gesù al Tempio) del 1994 si trasformò in una miracolosa guarigione (certificata dalla Santa Sede, il Postulatore della Causa è padre Raffaele Talmelli) con le dimissioni il 28 febbraio, 26 giorni dopo.

Don Marco, mentre sembrava non ci fosse più niente da fare con il 90% del corpo ustionato a causa della sindrome di Lyell, fasciato come una mummia, nonna Laura, a Locara (Vr), cominciò a pregare.

«Stava cercando il foglio della novena a Santa Maria Ausiliatrice, (nella famiglia di don Marco ci sono due padri Salesiani, ndr), ma le capitò tra le mani un santino, recuperato a Monte Berico, di Maria Bolognesi, nata a Bosaro, in provincia di Rovigo. In quel momento si ricordò un sogno recente. Era ad una festa. Arrivarono due signore vestite di nero. Provenivano da Rovigo e le consegnarono dei mazzetti di fiori di carta colorati. Non abbiamo parenti in quella zona. Il sogno terminava con una voce che diceva “Quel bambino andrà prete”. Mia nonna d’impulso decise di pregare e di chiedere l’intercessione alla Bolognesi per la mia guarigione. Anche la Serva di Dio vestiva sempre di nero. Mi ha raccontato che ricevette una forza incredibile e che non riusciva a staccarsi da quel foglietto».

Ha deciso di entrare in seminario e di farsi prete per quello che le è successo da piccolo?

«In realtà no. Sono prete grazie ad un percorso personale di fede. Sono stato educato in famiglia. Dalla nonna paterna, certo, ma anche e soprattutto dai miei genitori. Ho sempre frequentato la mia parrocchia d’origine, Colzè. La messa, i gruppi giovanissimi a Longare. In quarta superiore chiesi al parroco don Vincenzo Faresin (ora a Quinto-Bolzano) di entrare in seminario».

Che ricordi ha del Seminario di Vicenza?

«Trascorsi due anni al Minore. Nel 2010 entrai al Maggiore. Eravamo in 39. In 14 solo nella mia classe. Altri tempi, anche se non troppo lontani».

Che cosa rappresenta per lei nonna Laura?

«Non abitiamo vicini così tutte le domeniche sera andavamo a trovarla. Oggi ha 88 anni ed è ancora il fulcro della famiglia. Ha cinque figli e 10 nipoti. Non fa preferenze ma, con quello che è successo, ha sempre avuto un occhio di riguardo per me. È un personaggio, un punto di riferimento. È una donna decisa, molto buona».

Che rapporto ha invece con Maria Bolognesi. È beata “grazie” a lei.

«È beata grazie alle virtù eroiche dimostrate in vita. Maria Bolognesi resta una figura da scoprire. Ebbe una vita molto sofferta (a destra una breve biografia, ndr) . C’è stata un’enfasi eccessiva su quello che provò: sudorazioni mistiche, visioni, le stigmate. In realtà era profondamente riservata, non ne parlava con nessuno. La madre e i fratelli vennero a sapere di questi fenonemi dopo la sua morte. La fede era al centro della sua vita. Nonostante i problemi di salute, si spese senza riserve per gli ammalati, per i poveri. Fu un esempio di carità. La sua vicinanza ai preti sofferenti fu fondamentale oltre all’ubbidienza alla Chiesa. Trovo alcuni elementi della sua vita molto stimolanti».

Perché non le piace sentirsi definire “miracolato”?

«È un aggettivo che non ho mai sopportato. Mi ha sempre fatto sentire più speciale di quello che sono. Io non ho fatto nulla per avere questo dono».

Un po’ speciale lo è.

«Io mi sento assolutamente normale».

Tornando alle preghiere per la sua guarigione. Dopo che nonna Laura cominciò a pregare che cosa successe?

«L’arresto cardiaco arrivò alle 12, mia nonna cominciò a pregare più o meno a quell’ora. Il cuore riprese a battere, i medici erano increduli, ma dissero che non c’erano speranze. Ero in uno stato quasi vegetativo. Nel pomeriggio pregarono Maria Bolognesi anche i miei genitori che ogni giorno salivano e scendevano da Padova, i miei parenti e le due comunità, quella di Colzè e di Locara. Una preghiera comunitaria. Inspiegabilmente, piano piano, la situazione cominciò a migliorare. Sono guarito 26 giorni dopo, senza riportare alcuna conseguenza».

È una storia che avrà raccontato decine e decine di volte. Che cosa prova?

«Non voglio sembrare freddo, ma ormai non mi provoca grandi emozioni. È come se avessi oggettivato l’esperienza. Forse non mi sono mai veramente emozionato, ma è carattere».

Maria Bolognesi nacque a Bosaro (Ro) il 21 ottobre 1924. Laica, mistica, spese tutta la sua vita al servizio degli altri, specialmente poveri e malati, sopportando grandi sofferenze in profonda unione con la passione di Cristo. Fu vicina agli orfani. La sua carità si estendeva dal corpo allo spirito, diventando saggia consigliera per chi era nel dubbio, nell’ignoranza, nella tristezza. Aiutava tutti con la preghiera incessante e offrendo la sua sofferenza.
Trascorse i suoi 55 anni di vita terrena nel silenzio, senza far clamore intorno a sé e senza rendere mai di dominio pubblico i doni e le grazie mistiche che Dio riversò ampiamente su di lei. Fu figlia illegittima di Amedeo Gozzati e di Giuseppa Samiolo. Il cognome Bolognesi lo ricevette dal patrigno Giuseppe, sposato dalla madre. Morì d’infarto a Rovigo il 30 gennaio 1980. Le sue spoglie riposano nella Chiesa parrocchiale di Bosaro. Fu beatificata il 7 settembre 2013 da papa Francesco.

Marta Randon

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