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Don Maistrello: «Il “mio” carcere sul palco del San Marco»

Il cappellano della casa circondariale di Vicenza racconta lo spettacolo "Io sono dentro", in programma il 7 maggio, alle 20.30, diretto da Parmentier. La prigione come luogo di riscatto e speranza.
Da sinistra il regista, ballerino e attore Thierry Parmentier e i quattro attori non professionisti.
di Marta Randon

Ha vissuto otto anni gomito a gomito con assassini, violenti, ladri, disperati, ex mafosi, presuntuosi, ingenui, corrotti, sfortunati, qualche innocente. Li ha ascoltati, abbracciati, motivati. Sempre con empatia. Insieme hanno sperato, lavorato, pure litigato, a volte pregato. Ragazzi di ogni etnia, colore, religione. È tutto su carta. La penna è del cappellano don Gigi Maistrello, fondatore negli anni ’80 della cooperativa Elica, e il risultato è lo spettacolo di teatro e danza “Io sono dentro” che sarà messo in scena sabato 7 maggio al San Marco di Vicenza, alle 20.30. La regia è di Thierry Parmentier.
«La rappresentazione propone una lettura particolare del carcere, come luogo di vera vita – racconta don Gigi -. Il carcere non è la morte, la vergogna, il fallimento, la fine. Per carità, rimane un passaggio amaro, anzi amarissimo, ma è anche un luogo pieno pieno di vita, di fiducia, di speranza, di domani. Il carcere è come un grande grembo dove, se si vuole, si può veramente rinascere».

Saranno i detenuti i protagonisti?

«Volevo che fosse così, ma non è stato possibile. Saliranno sul palco Thierry Parmentier e degli attori non professionisti».

Che cosa vedremo?

«Una lettura del carcere non religiosa, ma profondamente umana. Ho conosciuto e condiviso molto con i detenuti della casa circondariale di Vicenza e con tutto il corpo carcerario. Ci sono aspetti bellissimi di cui nessuno parla».

Ce ne dica qualcuno.

«La maggior parte dei detenuti vive il suo tempo cercando di rendersi utile, andando a scuola, lavorando, leggendo, cercando persone che danno risposte di tipo esistenziale. C’è poi una forma di complicità tra i detenuti e gli agenti penitenziari. I giovani sono i più bravi e preparati. In certi casi diventano un tutt’uno, non dico una famiglia, ma si creano legami forti. Certo, ci sono detenuti complessi, difficili da gestire, che si isolano, ma sono la minoranza. Gli educatori si rimboccano le maniche e vivono con angoscia se non riescono ad accontentare tutte le richieste. Il nuovo direttore Paolo Bernardo Ponzetta, poi, crede davvero nel lavoro in carcere e in una reale collaborazione tra dentro e fuori. La lettura penale punitiva non solo non porta frutti, ma peggiora la situazione. L’ho toccato con mano. In carcere, per aiutare le persone, basta davvero poco. Ricevo ogni anno una “cassa” dal Vescovo Pizziol. Consegno 15 euro a chi non ha niente: un pacchetto di sigarette, una telefonata all’avvocato, basta poco».

Che cos’è il carcere per lei?

«È un luogo di rinascita per persone che non sono mai nate. Persone che nella vita non hanno mai incontrato il bene. Per loro il carcere è l’unica possibilità di trovare un’anima».

Come riesce un detenuto a trovare un’anima? 

«L’anima è la traccia di Dio in ognuno di noi, e questa traccia è il bene. Il carcere deve diventare il grembo. Tutti: educatori, sanitari, agenti, insegnanti, volontari, devono porsi e proporsi positivamente per far sì che nel cuore dei ragazzi scatti il bene. La religione è solo uno degli elementi. Guardo in faccia i detenuti e non parlo di Dio per forza, l’obiettivo è seminare bene. È necessario prima di tutto credere nell’umanità e iniziare un percorso di rinascita».

Quali sono i temi trattati nello spettacolo? 

«I temi sono vari. I femminicidi, il lavoro come riscatto, i pentiti di mafia. Parleremo anche del ruolo dello Stato, che più usa il cuore più risparmia. Ci sarà anche il post carcere: Dove vado adesso? Che cosa faccio?». 

Che cosa le hanno insegnato otto anni vicino ai detenuti?

«Mi hanno insegnato che lì dentro potremmo esserci anche noi. Che a volte sono le coincidenze della vita, la sfortuna. Ho capito che si entra tra quelle mura, spesso come conclusione di scelte di vita scellerate. Si entra perché alle volte qualcuno si trova nella disperazione e cerca una via di uscita, ma nel peggiore dei modi. Si entra perché qualcuno ha conosciuto solo il linguaggio della violenza e del sopruso. Succede che si acceda perché qualcuno non ha un tetto e un pasto ed è stanco di bighellonare e vagabondare come un barbone. Così organizza qualcosa per farsi arrestare. Si entra anche senza un motivo, solo perché qualcuno era nel posto sbagliato, nel momento più sbagliato e non fa altro che proclamare la propria innocenza e soffre perché nessuno gli crede. A volte ci si ritrova dentro una cella per una distrazione di troppo, per un dramma non voluto, per non essere stato attento nel dare la fiducia a chi non lo meritava. Si entra perché qualcuno è come predeterminato: certi brutti e cattivi, se lo cercano, il carcere. Si entra per una relazione sbagliata, perché qualcuno non è preparato ad accettare un “no” da una persona che pensava di possedere, perché ci sono troppe vittime del proprio orgoglio e che non accetterà mai di essere umiliato. Lo spettacolo cerca di mettere insieme tutte queste cose, provando perfino simpatia per un mondo che, se guardato con occhi diversi, diventa persino “simpatico”».

Si esce davvero migliori dal carcere?

«Noi facciamo di tutto perché questo accada. Non tutti escono migliori, ma la maggior parte sì, sono pronto a scommetterci. Una parte di detenuti peggiora, come accade nella vita fuori dalle mura».