Diocesi

Don Ampelio Crema dei Paolini lascia Vicenza dopo 7 anni

Don Ampelio Crema, primo da sinistra, al Festival Biblico 2018 con Romano Prodi, Ilvo Diamanti, Alessandro Russello e don Roberto Tommasi
di Lauro Paoletto

Continuerà a essere uno dei due presidenti del Festival Biblico per la Società San Paolo (l’altro, in rappresentanza della Diocesi, è mons. Roberto Tommasi), ma il suo rapporto con Vicenza sarà, per forza di cose, molto diverso: più tenue e più rado.

Da qualche giorno, infatti, don Ampelio Crema, per sette anni responsabile della comunità dei Paolini a Vicenza, ha lasciato il capoluogo berico per assumere la responsabilità della comunità di Cinisello Balsamo nel milanese.

La scorsa settimana i molti amici e le diverse realtà con le quali in questi anni don Ampelio ha collaborato e ha costruito relazioni significative, hanno organizzato una cena per salutarlo e ringraziarlo per quanto realizzato in questi anni.

Classe 1956, trevigiano di origine, don Crema ha con Vicenza un legame particolare: qui, infatti, ha iniziato gli studi in Seminario Minore dove ha frequentato le medie e il biennio del Ginnasio dopo il quale non è più tornato in terra berica. A Vicenza ci tornerà quasi 40 anni dopo, nel marzo 2011, per una esperienza che lui definisce «molto intensa e ricca dal punto di vista umano ed ecclesiale».

Don Ampelio, con il quale anche il nostro settimanale ha collaborato spesso e in modo proficuo, ci ha raggiunto in redazione per un’intervista dalla quale si può trarre un bilancio di questo tempo. Le sue parole confermano l’approccio positivo e fiducioso che ha con la realtà. Quando chi scrive gli chiede un ricordo triste, non positivo di questi anni, ci pensa un attimo «Non è ho – risponde -. Ho solo ricordi positivi», evidenziando in questo un preciso meccanismo di selezione dei ricordi.

Come riassume questi sette anni a Vicenza come responsabile della comunità dei Paolini?

«Non mi sono mai annoiato. In questi anni abbiamo visto crescere il Festival Biblico. Oltre a questo io dovevo rilanciare l’attività culturale del nostro Centro a partire dal tema annuale del Festival e attraverso percorsi formativi attorno a tre grandi ambiti: Bibbia, famiglia e comunicazione. Ho fatto parte del Centro vocazionale diocesano e ho continuato a collaborare con la Pastorale giovanile nazionale e a coordinare le sette sedi in cui si articola il nostro Centro culturale. Seguo, inoltre, il Festival della Vita e della Comunicazione».

Il suo servizio si è caratterizzato anche per una scelta precisa di stile. Può illustrarcela?

«Mi piace poter dire che non c’è una iniziativa che ho fatto da solo. Questo è lo stile, peraltro, che ci caratterizza come parte della Congregazione dei Paolini e che mi sembra sia vincente. In questi anni sono nate e cresciute importanti collaborazioni e sinergie. Abbiamo organizzato iniziative con le suore Orsoline, con gli insegnanti di religione, con l’Ufficio catechistico, con il Centro Missionario e con il Centro per la Famiglia, con la Rete di Sale e con il vostro giornale. C’è poi una bella relazione con la Diocesi e anche come Paolini siamo ben inseriti e ci sentiamo valorizzati per il nostro specifico.

In questi anni è diventato spontaneo il “cercare e il cercarsi”. Questo presuppone una sintonia pastorale e culturale importante».

Cosa si porta via da Vicenza?

«Quando mi hanno mandato qui, per me è stata una sorpresa perché non me lo aspettavo. Quando sono arrivato mi sono accorto che non conoscevo più la società veneta. Oggi che lascio questa comunità mi porto via una vivacità culturale, una bella rete di rapporti, amicizie, progetti realizzati con soggetti molto variegati».

Tornando 40 anni dopo che Veneto ha trovato?

«Ho trovato povertà di valori e una società che un po’ si chiudeva. Non è più il Veneto cattolico che avevo conosciuto. C’è sì disponibilità a collaborare, ma c’è anche la paura del diverso che blocca. La cosa bella è che comunque questa è una società vivace con la tipica intraprendenza veneta».

E che Chiesa ha trovato?

«Ovviamente molto diversa da quella dei tempi di Zinato. È una Chiesa dove c’è una bella disponibilità a collaborare, tenendo conto che in pastorale spesso può esserci la tentazione di chiudersi nel proprio ambito. In questo senso credo che il Festival Biblico abbia aiutato a costruire reti positive. La tentazione della logica del campanile, peraltro, è sempre presente e bisognerebbe che quello che c’è fosse più condiviso. Quella di Vicenza è, infatti, una Chiesa vivace, in ricerca che potrebbe ancora di più scommettere sulla logica della rete e della piazza più che su quella del campanile e fare davvero del “mettersi insieme per” lo stile caratteristico ».

Per lei lo stile è decisivo …

«Sì, ci credo molto. È importante assumere lo stile non del “io vado e propongo”, ma “creiamo dei progetti su interessi comuni”. Forse, visti anche i passi fatti in questi anni, il passo successivo potrebbe essere quello che ci sia una regia culturale in ambito ecclesiale. Perché non creiamo gli “Stati generali della cultura e comunicazione di ispirazione cattolica” e vediamo di far sì che i progetti siano un po’ più incisivi? Il primo passo potrebbe essere quello di evitare di sovrapporsi e quindi elaborare un calendario condiviso dei principali appuntamenti».

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare e non c’è riuscito?

«Mi sarebbe piaciuto impegnarmi di più nell’ambito spirituale e della pastorale vocazionale, ma per questioni di tempo non ce l’ho fatta. C’è stato il bel lavoro che la Diocesi ha fatto nei vicariati in preparazione al Sinodo con il Vescovo. Questo è un ambito molto importante, per far incontrare esperienze di fede diverse, parrocchie, religiosi, gruppi associazioni in un momento in cui c’è il rischio che le nostre comunità si impoveriscano. È centrale dare opportunità ai giovani di trovarsi con il buon Dio e mettersi in ascolto».

La sua partenza segna anche un passaggio significativo per la vostra comunità di Vicenza «Sì, la nostra comunità sta vivendo una grande trasformazione con il grande progetto della nuova libreria che aprirà nel nuovo anno e che indica una presenza culturale che si arricchisce. La comunità è composta di sette religiosi e dovrà per forza di cosa riorganizzarsi. La cosa certa e importante è che i Superiori credono al progetto Vicenza».

Un altro suo impegno di questi anni è stata la scommessa sui giovani. Perché questo impegno?

«Abbiamo sviluppato una importante e positiva collaborazione con i giovani di Non Dalla Guerra e avviato un gruppo di giovani videomaker che fa ben sperare. Sono convinto che la sfida della comunicazione per la Chiesa oggi stia nel far nascere soggetti comunicativi giovani che inventino qualcosa, con dietro qualche adulto che quando serve dà una dritta, dà una mano in modo discreto. La mia speranza è che si riesca a far nascere più gruppi di questo tipo».

Come vede il futuro del rapporto tra Chiesa e comunicazione?

«La Chiesa ha futuro nella comunicazione se riesce a intercettare il mondo giovanile e dargli spazi e aiutarli a far nascere dei progetti. Certo, bisogna essere consapevoli che dal punto di vista comunicativo siamo poveri, siamo più poveri di cento anni fa quando avevamo la biblioteca parrocchiale, il cinema parrocchiale, il quotidiano e il settimanale, fogli informativi vari. Adesso che siamo nel boom della comunicazione la Chiesa rischia di sparire. È incredibile! E fa fatica a reggere quello che ha! Sembra quasi che qualcuno voglia che torni la logica del microfono: uno solo che parla, la comunicazione unidirezionale ».

Un augurio a Vicenza …

«Di essere capace di continuare a costruire ponti e non muri, per una comunità aperta, capace di camminare insieme».