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Don Carraro (Cuamm): «La priorità è formare personale locale»

di Lauro Paoletto

«L’Africa insegna il principio della realtà, cioè a essere lucidi e oggettivi di fronte alle differenti situazioni». A parlare è don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, pronto per partire per la Sierra Leone. Lo raggiungiamo al telefono all’indomani della presentazione del logo speciale dei 70 anni e delle prime attività in programma per l’anniversario di questa realtà che ha profonde radici vicentine. È infatti il 3 dicembre del 1950 quando inizia a prendere forma concreta il sogno del giovane medico vicentino originario di Schio, il dottor Francesco Canova. Egli coinvolge l’allora Vescovo di Padova, Mons. Girolamo Bortignon per dare vita al Cuamm, un Collegio per la formazione medica di giovani provenienti dai paesi poveri, destinato a diventare la prima Organizzazione Non Governativa italiana, la più antica.

Cosa vuol dire, don Dante, vivere questo principio di realtà?

«Vuol dire saper vedere il positivo che c’è e le cose che sono migliorate, ma anche i problemi e le cose che non sono migliorate, ma che anzi vanno peggio. Questo ti aiuta a evitare le facili illusioni, gli entusiasmi passeggeri. Per tutti questi motivi per noi è importante ragionare nel medio – lungo termine. Non puoi andare in un Paese e fare toccata e fuga, pensando che hai risolto i problemi o che non si può fare nulla. Occorre evitare i due estremi. L’Africa insegna che c’è bisogno di tempi lunghi, di ostinazione, di tenacia, non di collaborazione spot, ma a lungo termine».

Cosa ha imparato il Cuamm in questi 70 anni?

«Questo tempo dice che solo con uno sguardo lungo riesci a decifrare la realtà africana. Abbiamo iniziato a lavorare in Uganda nel 1958 e dopo 20 anni di lavoro avremmo potuto dire: “Non serve a nulla, meglio tornare a casa”. Lo stesso vale per il Kenya dove abbiamo iniziato nel 1955 e dove il primo medico è stato il vicentino Anacleto Dal Lago. Dopo 20 anni si sarebbe potuto dire “Abbiamo fallito”».

E invece?

«In realtà la “lunga gittata” fa dire che il lavoro che hai fatto, lo devi valutare a distanza di tanti anni, dopo 50-60 anni, 70 anni nel nostro caso. E così scopri che in Kenya la situazione è migliorata molto e noi siamo usciti da lì, non ci lavoriamo più. Questo vale anche per l’Uganda. Lì ci siamo ancora, ma mentre all’inizio avevamo 60-70 medici italiani sul campo, ora ne abbiamo due, il resto è personale locale. Lì oggi si laureano 200 medici all’anno, la malnutrizione è calata, l’assistenza al parto è quintuplicata rispetto a 30 anni fa e oggi non c’è quella fuga che invece capita in Paesi vicini.

L’Africa ci insegna a essere tenaci, a lavorare bene e in modo concreto, ma anche a non prendere paura di una guerra civile, di una siccità».

Insomma ti insegna a non perdere la speranza…

«Esattamente. L’Africa è un antidoto alla tristezza, alla delusione, alla frustrazione. I tempi lunghi dell’Africa ti insegnano a coltivare non la felicità banale, ma quella che io chiamo la “contentezza”. Questo vuol dire accontentarsi di quel quotidiano che la vita ti dà, godere di ciò che c’è e recuperare le forze e le energie per spingersi oltre. Lo sento un principio molto bello anche per la mia vita da prete».

Ma non tutti i Paesi stanno crescendo…

«Il principio di realismo mi dice che ci sono anche altre situazioni come il Sud Sudan, come le aree periferiche dell’Etiopia, o la Repubblica Centroafricana dove invece c’è bisogno di intervenire e di essere solidali. Il Papa ce lo sta ricordando. In tutto il Centrafrica ci sono solo due pediatri. È un Paese in gravissima difficoltà e per questo noi sosteniamo l’ospedale pediatrico».

E il Mozambico?

«È un Paese intermedio. Anche lì c’è bisogno: nelle aree rurali del centronord c’è una media di 30-40mila abitanti con un medico. L’impegno del Cuamm, insieme con la Diocesi di Vicenza, è quello di sostenere la diocesi di Beira e l’Università cattolica. Lì c’è una facoltà di medicina dove si laureano 15-20 medici mozambicani all’anno, che ora stanno aiutando proprio quella regione del centronord che era carentissima di medici».

Poi siete in Sud Sudan…

«Con la diocesi di Vicenza  che ci ha aiutato tantissimo. Penso all’ospedale di Rumbek e di Yirol. Ogni volta che sento parlare di Vicenza sento il dovere di dire “Grazie” a questa diocesi che da sempre ci ha dato tante risorse finanziarie e tante risorse umane da Francesco Canova che è il nostro fondatore, a Dal Lago, a tantissimi altri». 

Come valuta questo patrimonio di generosità, di persone, di professionisti che si dedicano a queste popolazioni?

«Sono ammirato. Quando mi capita di andare in giro dico sempre: “Da dove viene fuori tutto questo patrimonio di generosità e solidarietà se non dalle nostre famiglie, dalle nostre parrocchie? Dobbiamo coltivarli questi valori! La forza del Veneto nasce da questa generosità che innerva anche il tessuto imprenditoriale. Dobbiamo stare attenti perché queste risorse non vengano perse».

70 anni non per guardare indietro ma per scrutare il domani. Che futuro vedete?

«Dieci  anni fa abbiamo lanciato il programma “Prima le mamme e i bambini”. È uno scandalo che una mamma oggi, nel 2020 con tutte le possibilità che ci sono, possa morire di parto e un bambino possa non sopravvivere nel primo mese di vita. Abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo. Però dobbiamo anche tener conto che in Africa si affacciano nuove patologie. Penso alle malattie croniche come diabete e ipertensione e dunque allargheremo lo sguardo anche a questo, mantenendo l’attenzione alle malattie infettive. I prossimi dieci anni ci vedranno impegnati attorno al grande tema dell’investimento nelle risorse umane locali, cioè la formazione del personale locale. Paesi come il Sud Sudan oltre a non avere un ginecologo sudsudanese, ha anche pochissime ostetriche. Investire nelle risorse umane locali è dare futuro a questi Paesi».