Editoriali

Direzione Comunità, via obbligata per rigenerare il nostro vivere

di Guido Zovico, tessitore sociale

Un anno fa chiamai il 2020 «anno bivio». Avevamo alle spalle tante fragilità – umane, sociali, ambientali economiche, educative e relazionali – che invocavano una reale svolta, una concreta e indispensabile conversione.

Come un lampo, in un cielo tenebroso, arriva poi la pandemia, con il suo planetario diffondersi di sofferenza e di morte, fisica e sociale, a mettere a nudo le nostre (in)certezze.

Tra noi e il nostro vivere si interpone un deserto da attraversare: poca acqua in saccoccia, carenza di una guida politica autorevole e, soprattutto, mancanza di una meta precisa. Poche vie di fuga, men che meno oasi protettive. I nostri averi, materiali e immateriali, non bastano più. «Non ci si salva da soli», ammesso che sia desiderabile rimanere soli. L’eventuale riserva d’acqua (la “presunta” ricchezza) potrebbe finire, o essere presa d’assalto dagli assetati o dagli spietati.

Già, il deserto. È Questo ciò che concretamente abbiamo davanti a noi?

Storditi o consapevoli, impauriti o fiduciosi, l’attraversata è obbligatoria. È finito il tempo dei lamenti, non c’è più spazio né tempo. Dobbiamo attrezzarci. Dobbiamo aiutarci. Dobbiamo fidarci, se non delle persone almeno delle parole vive e vivificate nei comportamenti. Perché, nella contemporanea «torre di Babele» di parolai umani e digitali, le parole giuste e guidanti vanno cercate nella coerenza dei comportamenti di chi, oggi, può raccogliere frutti sociali e umani seminati nel tempo, anziché in quella di chi si propone come improvvido sbandieratore di valori e ricette.

È tempo di fatica per tanta gente affaticata. Fatica nel camminare e nel credere.

Già, perché, nel credere – in sé stessi, negli altri o nella propria fede – c’è la forza di alzarsi, camminare e sentirsi ancora vivi e in relazione, ritrovandosi «Popolo».

Da soli non ci si salva e da soli non si va da nessuna parte. Ma andare dove? In quale direzione?

L’«anno bivio» appena trascorso ci ha detto che la strada consumerista e individualista, per lungo tempo e (in)consciamente da noi percorsa, è insostenibile;

magari vantaggiosa nel breve, ma senza prospettiva futura.

Progressivamente e con fatica – perché diseducati, disabituati e disorientati – ci stiamo ri-avvicinando, ri-scoprendo e ri-appropriando del senso (che porta con sé il «significato» e la sua «direzione») di Comunità.

Non diamo per scontata (attribuendone meno valore) questa parola. «Essere» e «fare» Comunità richiede impegno: è sentirsi, farsi parte e farsi carico di un progetto comune cui donarsi con le proprie idee, i propri talenti, le proprie risorse. Semplicemente, come si fa per la propria famiglia, la prima comunità nella Comunità.

Già, la direzione necessaria è, quindi, la “Comunità”. Con la fiducia di salire su un’arca di salvezza in cui ri-generare i nostri sogni, la nostra speranza, la nostra umanità.

Nel deserto che ci accingiamo ad attraversare partiamo con tante domande, apparentemente, senza risposta.

Tornare a essere Comunità è la risposta, da tempo «caduta nel vento».

Con la necessaria fatica inseguiamola, cerchiamola e costruiamola.

Con piena «fiducia», perché prima o poi poserà su terra feconda se saremo pronti a raccoglierne i frutti.

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