Editoriali

Draghi si è dimesso. Ora a perdere sono gli italiani.

di Lauro Paoletto

È andata come non avremmo voluto. Ci eravamo augurati, come molti nel Paese, che il Governo di unità nazionale continuasse il suo non facile cammino e invece ha prevalso il misero interesse di parte, il richiamo delle urne, l’illusione di poter superare alcuni enormi problemi che da tempo attanagliano il Paese, senza la fatica, il rigore e la serietà che Mario Draghi ha messo in campo in questi mesi. E così ci avviamo a una campagna elettorale in piena estate. Ma per capire da dove arriviamo e dove siamo proviamo a riavvolgere il nastro, giusto per fare memoria, cosa che molti dei nostri politici sembrano non avere .

È il 2 febbraio 2021. Un martedì. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena ricevuto il Presidente della Camera Roberto Fico il quale gli ha comunicato l’esito negativo del giro di consultazioni fatto per dare uno sbocco positivo alla crisi in cui è caduto il Governo Conte II. Mattarella ai microfoni, scuro in volto, spiega perché affiderà l’incarico per la costituzione di «un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica».

L’ipotesi, infatti, di andare subito alle urne è scartata dal Presidente perchè «il lungo periodo di campagna elettorale – e la conseguente riduzione dell’attività di governo – coinciderebbe con un momento cruciale per le sorti dell’Italia». Serve un esecutivo «adeguato a fronteggiare le gravi emergenze presenti: sanitaria, sociale, economica, finanziaria».

Non ci risulta che un anno e mezzo dopo la situazione sia molto cambiata. Anzi sì: alle gravi emergenze citate da Mattarella si è aggiunta la guerra tra Russia e Ucraina. Quindi, se possibile, il quadro complessivo è ancora più preoccupante di inizio 2021. La risposta politico – istituzionale che il Presidente della Repubblica mise allora in campo chiedeva un’unità eccezionale, propria dei momenti particolarmente gravi, quando c’è da serrare le fila e affermare l’interesse comune e nazionale sopra i pur comprensibili interessi di parte. In questo anno e mezzo di Governo, pur con fatica e non senza tensioni, l’esecutivo e i partiti che lo sostenevano sono riusciti a conseguire risultati molto importanti per il presente e sopratutto il futuro del Paese.

C’era e c’è da riconnettere la Politica e le Istituzioni al Paese, da ricostruire ponti che uniscano, rinforzino il comune sentire. Ebbene, nel pieno di questo cantiere Conte e i suoi compagni hanno deciso di tagliare le corde del ponte che con fatica e prudenza si stavano costruendo. Salvini (e al suo seguito Berlusconi) non hanno resistito alla tentazione elettorale. E così oggi il rischio reale è far schiantare il Paese e gli italiani che invece, come ricordava in quell’inizio di febbraio Mattarella «chiedono risposte concrete e rapide ai loro problemi quotidiani». Non è un caso, dunque, se da più parti del Paese, in modo assolutamente inedito e trasversale sia salito un appello al Presidente Draghi e alle forze politiche perché proseguissero con l’esperienza di Governo così da concludere le questioni importantissime prima delle comunque vicine e naturali elezioni politiche.

Al riguardo sono state quando mai significative le parole del presidente della Cei card. Matteo Zuppi quando qualche giorno fa aveva affermato che «il confronto dialettico e il pluralismo sono una ricchezza irrinunciabile della democrazia, ma in un momento come questo conviene avvenga nel massimo della convergenza e della stabilità per terminare l’avvio di interventi decisivi sui quali da mesi si sta discutendo e che condizioneranno i prossimi anni. Per questo ci auguriamo che vi sia uno scatto di responsabilità in nome dell’interesse generale del Paese che deve prevalere sulle pur legittime posizioni di parte per identificare quello che è necessario e possibile per il bene di tutti».

Ecco quello che molti italiani si attendevano era uno scatto di responsabilità che consentisse all’esecutivo Draghi di concludere il molto lavoro avviato. Il Paese non poteva certo impiccarsi in nome delle convulsioni di un movimento (i M5S) che sembra aver smarrito la rotta. E invece il richiamo delle urne è stato più forte. Lo scatto di responsabilità non c’è stato. Il Governo Draghi ha finito la sua corsa e per il Paese si apre una fase di incertezza e instabilità in una congiuntura economica e internazionale tutt’altro che facile.

Putin senz’altro festeggia. Gli italiani un po’ meno. 

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