Diocesi In primo piano

I criteri per decidere: dignità della celebrazione e tutela della salute

di Lauro Paoletto

Lunedì 18 maggio, dunque, si potrà riprendere a celebrare la messa con la partecipazione dei fedeli.

Di fronte a tale prospettiva anche nella Diocesi di Vicenza, così come accade nelle tante parrocchie della Penisola, c’è chi è felice e chi, invece, è preoccupato. La nuova possibilità è il risultato della firma del protocollo avvenuta giovedì 7 maggio da parte del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Anche per la Chiesa cattolica in Italia possiamo dunque dire che inizia la Fase 2. Analogo impegno è stato assunto con le altre confessioni religiose a partire da quella ebraica e quella islamica.

Ma il ritornare a celebrare l’eucaristia “cum populo” (come recita la formula latina) se per molti, come dicevamo, è motivo di gioia perché conclude il forzato digiuno dalla celebrazione eucaristica durato più di due mesi, per altri è motivo di preoccupazione perché l’emergenza non è ancora conclusa e perché sono previste dal Protocollo numerose limitazioni che condizionano e rendono complicata la celebrazione stessa, pregiudicandone, secondo qualcuno, la qualità stessa.

A tale riguardo i preti della diocesi hanno ricevuto, già il giorno dopo la firma del Protocollo, una lettera del vicario generale mons. Lorenzo Zaupa in cui invita ad aver pazienza: nei prossimi giorni, infatti, saranno fornite dalla Diocesi ulteriori precisazioni rispetto a una serie di aspetti importanti ma che hanno bisogno di essere definiti: dalla igienizzazione dei locali al gruppo di volontari che dovrà occuparsi dell’accoglienza, dal numero di fedeli presenti in chiesa alla modalità di accedere alla Comunione.

Una delle novità positive del protocollo, infatti, è che non è più richiesta, prima della riapertura delle chiese e dopo ogni celebrazione (come era stato ipotizzato in un primo momento), la sanificazione dei locali della chiesa, ma che sarà sufficiente la igienizzazione. La sanificazione sarebbe risultata un’operazione complessa e impegnativa che avrebbe richiesto l’intervento di una ditta specializzata con consistenti oneri a carico delle casse delle parrocchie già in difficoltà. La igienizzazione, invece, potrà essere svolta anche da un gruppo di volontari appositamente istruiti e attrezzati di dispositivi di protezione individuale. A tal riguardo nella sua lettera don Zaupa ha annunciato che sarà spedito a ogni unità pastorale un kit con indicazioni pratiche, preziose in questa prima fase di ripresa delle celebrazioni.

Don Zaupa, raggiunto al telefono, ci esprime la gioia di riprendere a celebrare con la presenza dei fedeli. «In queste settimane – ci racconta – ho celebrato in Cattedrale e mi ha sempre fatto tristezza sentire la mia voce disperdersi nel vuoto. Sono quindi contento di poter tornare a celebrare l’eucaristia con i fedeli». Il Vicario Generale è consapevole che non Џ la condizione ancora ottimale, ma Џ convinto che sia un primo passo necessario per riprendere a vivere la liturgia come comunità. «L’esperienza della messa in TV o in streaming – dichiara in modo deciso -, sia pure preziosa in questo tempo di chiusura, deve concludersi. E’ un surrogato della celebrazione eucaristica che alla lunga danneggia la comunità. Non è poi scontato  che il “digiuno eucaristico” alimenti la nostalgia di andare a messa. Pu˜ anche alimentare la pigrizia e la reticenza a riprendere le relazioni comunitaria dal vivo».

Rispetto alle condizioni per riprendere don Zaupa invita alla prudenza. «Non c’è l’obbligo che tutte le chiese riprendano con la messa. Laddove ci sono unità pastorali con più chiese si deve valutare bene in quali chiese si può riprendere, in quali invece attendere. I due criteri che ci devono guidare in questa fase sono la tutela della salute e la dignità della celebrazione». Zaupa è altrettanto preciso nell’indicare il modo per decidere: «La scelta va fatta dai presbiteri non da soli, ma in collaborazione con il Consiglio pastorale e il Consiglio affari economici». Il Vicario generale nota che «stiamo andando verso la bella stagione». Quindi suggerisce: «Laddove la parrocchia abbia spazi all’esterno della chiesa, magari coperti (tipo una tensostruttura, un grande porticato o simili) si può valutare di celebrare la messa in questi luoghi che possono presentare minori problemi di gestione e magari favorire un maggior numero di partecipanti».

Queste settimane di lockdown anche per le celebrazioni eucaristiche, hanno portato molti a interrogarsi sul significato dell’Eucaristia. Sono cresciute le domande su come la fede di ciascuno può essere alimentata in una condizione così anomala. C’è stata in questo la “riscoperta” della centralità della Parola e non a caso si sono moltiplicate le lectio (come occasione di preparazione all’incontro soprattutto con il vangelo della domenica) che sono girate sui social. Su tutto questo (e molto altro ancora, per esempio la recita del rosario) ci sarà tempo e modo di riflettere e approfondire cosa lo Spirito sta suggerendo alle nostre comunità ecclesiali e a ogni credente. Qui è interessante evidenziare che questi mesi di pandemia hanno, se possibile, potenziato le diverse sensibilità, peraltro già presenti, nella comunità cristiana. E così non stupisce che di fronte all’avvio della Fase 2 anche per l’esperienza di fede ci sia chi gioisce e chi invece dissente, chi è pronto e desideroso e chi invece ha ancora paura. A chi evidenzia che la Messa che dovrebbe essere una festa, rischia di trasformarsi in un momento in cui manca la possibilità di vivere realmente la dimensione comunitaria, c’è chi risponde che si tratta gradualmente di riprendere una partecipazione comunitaria all’Eucaristia che è il culmine della nostra vita di fede. Forse dovremmo ricordarci che, entro certi limiti, la pluralità di sensibilità religiose sono una ricchezza. Nel caso specifico occorre stare attenti che non si trasformi il segno massimo della comunione in teatro di divisione. La prudenza rimane una virtù cardinale.

In tale prospettiva si deve lavorare sul nostro modo di relazionarci, sul linguaggio, prediligendo una comunicazione umile, che sa ascoltare e incontrare in profondità anche chi porta sensibilità differenti. Tutto questo dovrebbe aiutarci a ritrovare l’essenziale che, come ci ricorda don Lorenzo Zaupa, è rappresentato dal «cammino di comunione».