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Dario Calimani: «Israele non è vittima divenuta carnefice»

Per Dario Calimani, 77 anni, presidente della comunità ebraica di Venezia e docente universitario per una vita, passato e presente sono dolorosi macigni che continua a sentire addosso appesantiti dalle recenti ondate di violenza contro gli ebrei in alcune Università americane, tra cui Harvard, la situazione in Francia, dove l’antisemitismo è vivissimo, fino in Sudafrica da dove parte l’accusa di genocidio nei confronti di Israele. Dal 7 ottobre la furia di Hamas ha complicato tutto. «Ho trascorso l’infanzia tra i pianti di mia madre e di mio padre – racconta Calimani -. Con mio fratello di un anno scapparono in Svizzera, pagarono gli spalloni, i contrabbandieri, io dovevo ancora nascere. Rientrati in Italia scoprirono che la famiglia era stata sterminata. 12 persone. Non ho mai conosciuto i miei nonni».

Professore, che cosa significa quest’anno, con la guerra nella Striscia di Gaza, celebrare la giornata della memoria?

«Significa saper distinguere le critiche ad un governo (quello di Israele ndr) e l’antisemitismo. L’opinione pubblica, i media, fanno difficoltà a scindere le due cose. Stiamo vivendo un improvviso ritorno di antisemitismo. Quello che sta accadendo in America o in Francia è incomprensibile».

C’è la possibilità per voi ebrei di considerare l’attacco di Hamas contro uno Stato e non contro il popolo ebraico?

«Parliamo di terroristi. Di migliaia di civili massacrati, seviziati. Io mi sorprendo di chi non voglia vedere. E c’è tanta gente che si gira dall’altra parte».

Quella di Israele è una situazione molto complessa.

«Sono d’accordo. Non si può giudicare tutta la storia di un quadrante socio-politico sulla base di un evento. Se vuole cominciamo daccapo. Come si è formato lo Stato di Israele? Non l’ho fatta io la Shoah, l’ha fatta l’Occidente. La questione in Medio Oriente è decisamente colpa dell’Occidente che preferisce dimenticarselo e vorrebbe riuscire a compensare la colpa storica. Come? Dimostrando che la vittima Israele diventa carnefice. Ma ci si dimentica l’inizio di tutto».

Il presidente della Repubblica Mattarella ha con dannato l’orribile ferocia terroristica di Hamas, ma anche la reazione militare del governo israeliano che provoca migliaia di vittime e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”. Cosa ne pensa?

«No, non sono d’accordo. Mattarella è una persona di altissimo livello morale ed è una punto di riferimento per gli italiani, ma dimentica i dettagli. Quando l’Occidente ha combattuto il nazismo, a Dresda, con un bombardamento aereo in una notte sono stati uccise migliaia di persone. Pensiamo ad Hiroshima e Nagasaki. Ci sono stati dei distinguo quella volta? Quando Hamas crea le loro basi nelle scuole e negli ospedali facendosi scudo con i civili, non può essere una guerra di diritto. Com’è possibile fermarsi e fare la pace sapendo che Hamas non ha alcuna intenzione di farla? Tenga conto che Israele è grande quanto metà della Lombardia, è circondato da Stati Arabi, è continuamente messo sotto scacco dall’Iran. Vive un isolamento totale, già alcuni Stati della politica americana si stanno defilando. È una nazione disperata, ma si può non volerlo vedere».

Quindi il Governo d’Israele non ha alcuna responsabilità? 

«Io sono uomo di parte, ma come critico il governo italiano di destra o di sinistra, posso criticare anche il governo di Netanyahu. Forse avrebbe potuto fare di più per dare fiducia ai palestinesi. Ma avrebbe fatto bene a fidarsi? Io non lo so. Quando ci sono state le Brigate Rosse lo stato italiano che cosa ha fatto? Ha eliminato i terroristi. Non credo nella verità assoluta, è una questione di prospettive. Non c’è mai uno dei contendenti che abbia tutte le ragioni. Entrambi hanno fatto errori nelle rispettive storie».

Che cosa rappresenta per lei lo Stato d’Israele? 

«Darei la mia vita per lo Stato d’Israele»

Lei non crede che sia necessario mettere fine al rancore?

«Si può mettere solo una pietra sopra. Dopo tante guerre, è impossibile amarsi improvvisamente. Però, certo, la pace si fa con il nemico».

Esiste una parte ebraica pacifista.

«Io ho parenti e tanti amici in Israele. Amici di sinistra, amici pacifisti che però dopo il 7 ottobre hanno fatto un passo indietro. Dicono che non ci si può fidare di una politica che violenta i bambini. È stato uno shock, tutto è cambiato dal giorno alla notte».

C’è differenza per voi tra Hamas e i palestinesi?

«È una domanda offensiva. È chiaro che il popolo palestinese è assolutamente innocente. Strumentalizzato da Hamas e terrorizzato. Però c’è anche qualcuno che l’ha votato. E non l’ho votato io. I popoli le rivoluzioni da qualche parte le hanno fatte. Metà del popolo israeliano considera Netanyahu un disonesto ed avventato. Uno che si sta salvando la pelle. Prima della guerra del 7 ottobre c’erano manifestazioni nelle piazze contro il governo».

Quale soluzione vede? L’idea di due Stati è ancora percorribile?

«Non sono un politologo ma, se il mondo è sano di mente, credo sia l’unica speranza che si possa coltivare. È l’unica soluzione possibile».

L’italia ha elaborato le sue colpe collettive?

«No, cosa invece avvenuta in Germania. Ricordiamoci che è Mussolini ad avere ispirato Hitler. I fascisti sono venuti a prenderci a casa».

Quando Liliana Segre e gli ultimi sopravvissuti ci lasceranno e non ci sarà più nessuno che ci sbatterà in faccia il dolore e la tragedia vissuti in prima persona, che cosa ne sarà della memoria, del ricordo?

«Solo quando entri nella realtà puoi intuire davvero che cosa è successo. Questo è il nostro sforzo, ma è perdente. Prima o poi la storia della Shoah diventerà come la storia delle crociate».

La vostra vita è rovinata per sempre?

«La mia vita non è stata normale, mia figlia va in giro a pulire le pietre d’inciampo, quella dei miei nipoti e pronipoti sarà normalissima, avranno i problemi di tutti, però quando sentiranno “Shoah” non proveranno i sentimenti di un bambino qualsiasi. È questione di cuore. Sono stati sterminati sei milioni di ebrei. Sei milioni. Non ci rendiamo neanche conto di quello che diciamo».

Marta Randon

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