Intervista

Dall’Olmo: «Si lascia non per perdere, ma per trovare»

Don Lorenzo tra un anno partirà come prete fidei donum in Brasile, nella diocesi di Roraima. Riceverà il mandato alla veglia missionaria del 16 ottobre in Cattedrale.
Don Lorenzo Dall'Olmo è il primo in basso a destra. Classe 1981, prete da 11 anni.
di Lauro Paoletto

Incontriamo don Lorenzo Dall’Olmo al Centro diocesano “A. Onisto”. Con lui c’è anche don Attilio Santuliana, prete fidei donum. Venerdì prossimo, durante la veglia missionaria don Lorenzo (classe 1981, prete da undici anni), da sei anni direttore del Servizio per la Pastorale giovanile, assistente del Settore giovani di Ac e del Msac, riceverà dalle mani del vescovo Beniamino il mandato per la missione: dal prossimo settembre sarà prete fidei donum nella stessa parrocchia di don Attilio Santuliana e don Enrico Lovato di Boa Vista nella diocesi (e nello stato) di Roraima in Brasile. 

Dall’Olmo ha appena concluso da poco il 104° corso per l’America Latina del Cum dove ha approfondito i temi della missione, la motivazione, la spiritualità, l’antropologia, la storia dell’America latina, l’ecclesiologia. 

Don Lorenzo la proposta del vescovo Beniamino è arrivata mentre lei è nel pieno dell’impegno con i giovani in diocesi. Se l’aspettava?

«È stato un fulmine a ciel sereno che non mi aspettavo. Quando il Vescovo mi ha chiamato qualche mese fa, la mia vita era tutta concentrata sulla Pastorale giovanile, sui giovani di Ac, sugli studenti del Msac ed eravamo in pieno lockdown. Sono grato al vescovo Beniamino e alla Chiesa di Vicenza per il coraggio di tenere aperto ancora questo ponte con la missione e in particolare con il Brasile». 

Lei ha già un legame con l’America Latina, esatto?

«Ho fatto un anno di missione in Perù prima di diventare diacono nel 2007-2008 e, negli anni successivi, sono tornato due volte con gruppi di giovani a fare servizio per un mese d’estate, soprattutto mantendendo i legami con l’Operazione Mato Grosso e con gli altri missionari che conosco». 

Quanto questa chiamata non è solo  a don Lorenzo ma è, in qualche modo, più ampia?

«Dal mese che ho appena fatto al Cum ho capito che è importante tenere aperta la nostra visione della realtà per non rimpicciolirsi. Sento dunque che questa è una opportunità personale, ma anche per la pastorale giovanile per creare un legame e avvicinare questi mondi apparentemente così lontani. 

Nell’anno che mi separa dalla partenza, spero si possa stringere questo legame, per costruire un ponte di affetto, di conoscenza, di amicizia con la terra e il popolo del Brasile. È, dunque, una chiamata che coinvolge la nostra chiesa ma anche i giovani. In più arriva in questo biennio dedicato, dopo il Sinodo dei giovani, dalla nostra Diocesi al tema della missione. Sento il tutto in continuità. È una chiamata un po’ controccorente, ma necessaria». 

Non è spaventato rispetto all’esperienza che l’aspetta?

«No. In questi giorni mi sta tornando spesso alla mente la frase che dice “Si lascia non per perdere ma per trovare”. So che in America Latina si trova un mondo diverso, una chiesa diversa ma anche tanta accoglienza. So che il servizio che si può fare là è prezioso e c’è tanto bisogno soprattutto nella realtà di Roraima per i poveri che ci sono e nella città di Boa Vista, per i venezuelani che scappano dal loro Paese, e per tutto il lavoro che don Attilio e don Enrico stanno facendo. Per tutto questo sono desideroso di portare un piccolo contributo e di coinvolgere tanti in questo passaggio». 

Qual è il suo bilancio di questi sei anni intensi a contatto con i giovani?

«A dire il vero non ho ancora fatto un vero bilancio, perché ho ancora un anno di fronte e perché l’idea è di dare continuità all’esperienza con chi prenderà il mio posto, anche se si intravvedono alcune direttrici, di  questi anni».

Quali sono?

«Il lavoro in équipe come stile sia della Pastorale giovanile che dell’Azione cattolica, uno stile sinodale, il tentativo di essere vicini al territorio, alle periferie, di accompagnare le zone dei vicariati, di animare ed essere presenza significativa nella scuola».

Questo tempo di Covid cosa ha cambiato?

«Sicuramente è emerso il bisogno di accompagnare i giovani in modo personale, uno a uno. È emersa l’importanza delle relazioni, la Parola di Dio come riferimento imprescindibile. Questo è stato riscoperto tanto più in questo tempo che ha messo alcune cose in discussione, alcune forme di chiesa, di preghiera, di ritrovo più difficili come la messa stessa. Con i giovani si è respirato un desiderio di forme diverse, più vicine e più legate alla Parola di Dio». 

Che giovani sono quelli che ha incontrato in questi anni?

«Sono giovani in ricerca e desiderosi di investire bene la loro vita. La sensibilità spirituale rimane viva anche se si esprime in modi diversi. Ci sono sempre giovani che cercano percorsi di approfondimento di conoscenza di sé e della fede. Abbiamo iniziato il gruppo Sichem e quest’anno i ragazzi sono quasi una trentina, una quindicina, invece, si sono affacciati alla proposta “In Cantiere” per capire se fa per loro. Sono due esempi di come rispondano alle proposte anche impegnative. Dal Sinodo di pochi anni fa abbiamo, poi, ascoltato il loro bisogno di essere accompagnati da adulti significativi, di avere una comunità di riferimento. Quello che differisce rispetto al passato è che le comunità non corrispondono sempre alle nostre parrocchie, alla comunità intesa in senso territoriale. Questo lo si deve anche al fatto che oggi c’è molta più mobilità tra i giovani che si muovono tantissimo per studio o per lavoro».

In questo anno il cuore sarà diviso tra Vicenza e Roraima. Come vive questa sfida? 

«È una fatica che avevo previsto. So che le persone con cui collaboro e vivo questa esperienza sono davvero in gamba. I laici ei  giovani sono già protagonisti nei servizi negli ambiti diversi, per cui sento tutto il loro sostegno e anche la condivisione di questo progetto. Emotivamente, certo, è impegnativo avere il cuore qui e un po’ là. Sento però che l’essere tra due mondi può essere trasformato in maniera positiva: può far bene qui già ora, avendo l’attenzione di accompagnare una scelta che non è compresa da tutti. Tanti fanno emergere il bisogno che c’è qui. Allora sento che c’è proprio la necessità di conoscere il bisogno che c’è dall’altra parte dell’Oceano per rendersi conto che una scelta così vale la pena anche se è controcorrente. Da parte della Chiesa è importante non rinchiudersi nei propri bisogni ed essere una Chiesa davvero in uscita. Penso che sarà un anno che può far bene sicuramente a me, ma anche a quanti vorranno confrontarsi e condividere questa preparazione e le motivazioni alla missione». 

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