In primo piano Papa Francesco

Per il cristiano pregare è dire “Abbà”

di M.Michela Nicolais

Nella parola aramaica “Abbà” – “padre, papà, babbo” – è “registrata” la voce di Gesù, e si condensa “tutta la novità del Vangelo”. Lo ha spiegato il Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi, pronunciata in Aula Paolo VI davanti a 7mila fedeli, ha affermato che “nella prima parola del Padre nostro troviamo subito la radicale novità della preghiera cristiana”. Al termine dell’udienza, un appello a pregare per l’unità dei cristiani, perché “l’ecumenismo non è una cosa opzionale”.

“Per pregare bene bisogna arrivare ad avere un cuore di bambino”, dice a braccio Francesco: “Non un cuore sufficiente”, bisogna pregare “come un bambino nelle braccia di suo padre, suo papà, il suo babbo”, con tutto il mondo di Gesù travasato nel nostro cuore. Dire “Abbà”, infatti, è “qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio ‘Padre’. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria con ‘papà’ o ‘babbo’: invece di dire Padre nostro dire papà, babbo”.

“Noi continuiamo a dire Padre nostro, ma col cuore”, raccomanda il Papa ancora fuori testo: “Siamo invitati a dire papà, ad avere un rapporto con Dio come il bambino con il suo papà. Chi dice papà dice babbo”. Tutte espressioni che “evocano affetto, calore, qualcosa che ci proietta nel contesto dell’età infantile: l’immagine di un bambino completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui”.

Il Padre nostro “prende senso e colore” se impariamo a pregarlo dopo aver letto la parabola del padre misericordioso, l’altro suggerimento. “Immaginiamo questa preghiera pronunciata dal figlio prodigo, dopo aver sperimentato l’abbraccio di suo padre che lo aveva atteso a lungo, un padre che non ricorda le parole offensive che lui gli aveva detto, un padre che adesso gli fa capire semplicemente quanto gli sia mancato”, la proposta di Francesco: “Allora scopriamo come quelle parole prendono vita, prendono forza. E ci chiediamo: è mai possibile che Tu, o Dio, conosca solo l’amore? Ma tu non conosci l’odio? No, risponderebbe Dio: io conosco solo l’amore. Dov’è in Te la vendetta, la pretesa di giustizia, la rabbia per il tuo onore ferito? E Dio risponderebbe: io conosco solo amore”.

“Il padre di quella parabola ha nei suoi modi di fare qualcosa che molto ricorda l’animo di una madre”, dice il Papa citando ancora una volta la sua parabola preferita, narrata nel Vangelo di Luca, che ha come protagonista il padre misericordioso, il quale per Francesco ha tratti materni: “Sono soprattutto le madri a scusare i figli, a coprirli, a non interrompere l’empatia nei loro confronti, a continuare a voler bene, anche quando questi non meriterebbero più niente”. “Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi”, incalza Francesco: “Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti”. “Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura”, sintetizza il Papa: “C’è una ‘gestazione’ che dura per sempre, ben oltre i nove mesi di quella fisica, è una gestazione che genera un circuito infinito d’amore”.

“Per un cristiano, pregare è dire semplicemente ‘Abbà’. Dire papà, dire babbo, dire padre ma con la fiducia di un bambino”. È la sintesi dell’udienza. Può capitare anche a noi di camminare lontani da Dio, di precipitare “in una solitudine che ci fa sentire abbandonati nel mondo” o, ancora, di sbagliare ed essere paralizzati dal senso di colpa: “In quei momenti difficili, possiamo trovare ancora la forza di pregare, ricominciando dalla parola padre, ma detta col senso tenero di un bambino”: se lo chiamiamo così, lui ci risponderà, perché non ci ha mai perso di vista, con il suo amore fedele.