Editoriali

Credibilità e politica

di Lauro Paoletto

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno sconfitto l’élite di centrosinistra e sono alla guida del Paese da 9 mesi. La vecchia élite aveva peccato di supponenza, aveva venduto a tutti la ripresa senza accorgersi che riguardava solo una parte di italiani, mentre un’altra consistente fetta continuava a non arrivare a fine mese. Aveva poi confezionato un populismo in salsa borghese non rendendosi conto che in questi casi l’originale è sempre migliore.

E il 4 marzo 2018 molti elettori si sono premurati di ricordarlo provocando un terremoto politico, una vera discontinuità di sistema. Anche se gli elettori non avevano votato per un’alleanza Lega-Cinque Stelle, si erano comunque espressi per provare qualcosa di radicalmente diverso, decretando la bocciatura senza appello della precedente classe dirigente. Quel voto ha confermato una regola che andrebbe tenuta sempre in debita considerazione da chi fa politica: la credibilità è un patrimonio da custodire con cura, perché tanto si fatica a costruirla, tanto si fa presto a perderla.

La nuova élite che guida il Paese aveva bisogno di un po’ di tempo per rodarsi, per capire come funzionava la macchina, per intendersi tra alleati nell’interpretare il contratto di governo. In questi mesi sono state così perdonate molte cose: dagli annunci a vuoto alle contraddizioni interne alla maggioranza, dalla improvvisazione in politica estera alle marce indietro clamorose. Ora però gli italiani cominciano a chiedere di dare concretezza almeno a qualcuna delle promesse. Il confronto con la realtà è una delle prime fondamentali verifiche per capire se la credibilità è ben riposta. E va detto che su questo versante il governo balbetta: la confusione con cui sta partendo il reddito di cittadinanza preoccupa molti, l’indecisione che copre il tema delle autonomie sta indispettendo i governatori leghisti (e non solo) del Nord, lo stallo in cui sembra essersi piantata la Tav sta irritando le categorie produttive. Le difficoltà fanno parte del far politica e sono elemento normale nei contesti molto complessi. La capacità di superare le difficoltà diventa una cartina si tornasole sulla validità di un esecutivo o meno.

I risultati delle elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna mostrano come gli elettori italiani da tempo si sentano molto liberi e con facilità passino da una forza politica a un’altra, in un atteggiamento molto disincantato della serie “Se non va questo, proviamo quello e poi l’altro e l’altro ancora”.

In tale contesto fa notizia l’affluenza alle primarie del Pd che hanno incoronato con quasi il 70 per cento dei voti Nicola Zingaretti come nuovo segretario. Un milione e settecentomila votanti è un numero che va al di là delle aspettative degli organizzatori. È un atto di fiducia e la presa d’atto di una necessità di dare a questo Paese la possibilità di un’alternativa. Dopo 11 mesi il principale partito di opposizione inizia a ritrovare una classe dirigente e si rimette in marcia per contrastare il governo giallo-verde.

Un atto di fiducia dicevamo. La credibilità il Pd dovrà però riconquistarsela, a partire dalla capacità di una proposta politica all’altezza delle sfide attuali. In tal senso chi vorrà riconquistare la guida del Paese dovrà attraversare un deserto per ripensare seriamente (e non solo a suon di slogan) i paradigmi culturali e politici di riferimento consapevoli che le nuove risposte non si improvvisano. Chiedono (al di là di cosa pensi qualcuno) competenza, serietà, creatività, confronto. Basterebbe citare due sfide epocali quali la crisi ambientale e la crisi demografica per comprendere che ci sarà molto lavoro da fare.

Per chi oggi è al Governo e per chi aspira ad arrivarci. Non bastano più le promesse, servono fatti concreti e precisi, gli unici che alimentano la credibilità. Perché poi gli elettori se lo ricordano.

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