Editoriali

Corsa al Quirinale Non ricadiamo nella palude

di Lauro Paoletto

Da qualche settimana il clima politico si sta progressivamente surriscaldato in vista della prossima elezione del Presidente della Repubblica a fine gennaio. Da più parti si partecipa al totonomi, si tirano fuori dagli armadi i pallottolieri per possibili conteggi di voti, si studiano strategie per un risultato il più possibile favorevole alla propria coalizione. Si tratta di dinamiche già viste anche in passato. Il problema è che l’attuale frangente è molto diverso dai precedenti. Siamo, infatti, nel pieno di una gravissima crisi di sistema. In tanti ricordiamo le scene drammatiche dello scorso inizio febbraio che si sono consumate al Quirinale. Di fronte all’incapacità dei partiti di dare una risposta politica e istituzionale affidabile e all’altezza delle enormi sfide presenti (pandemia e Pnrr), il Presidente della Repubblica Mattarella, dopo il fallimento del mandato esplorativo del Presidente della Camera Roberto Fico, convocò per il giorno dopo, il 3 febbraio, Mario Draghi per affidargli l’incarico di formare quello che subito fu definito “un esecutivo di unità nazionale”. L’indicazione di Mattarella non lasciava spazio a dubbi. Il suo era “un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica” e “che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze”. La crisi sanitaria è sotto controllo ma è tutt’altro che superata, l’attuazione del Pnrr è stata avviata ma richiederà ancora molto tempo. La crisi di sistema, peraltro, è tutt’altro che risolta. Di fronte a tale situazione l’elezione del Capo dello Stato riveste un’importanza particolare e va affrontata con la massima responsabilità, evitando calcoli di bottega che anche in queste occasioni, solitamente, non mancano. La soluzione che toglierebbe le castagne dal fuoco ai vari capi partito sarebbe la prosecuzione della presidenza Mattarella almeno fino alla scadenza naturale dell’attuale Parlamento all’inizio del 2023 e dunque fino alle prossime elezioni politiche. Questo garantirebbe la continuazione dell’esecutivo Draghi. Il Presidente Mattarella, con lo stile sobrio e discreto che lo contraddistingue, ha già fatto capire che non è sua intenzione dare una disponibilità in tal senso. Al di là delle pur comprensibili motivazioni personali (l’età per esempio: 80 anni) c’è nel Presidente la preoccupazione di non alterare l’equilibrio tra le istituzioni. Una sua rielezione (sarebbe il secondo caso dopo la rielezione di Giorgio Napolitano del 2013) configurerebbe una pericolosa prassi istituzionale che peserebbe nei futuri equilibri. Per questo motivo sarà molto difficile che Sergio Mattarella si pieghi alle pressioni che arriveranno da più parti. Pur senza Mattarella sarebbe fondamentale (è riconosciuto da più parti tranne) che il Governo Draghi proseguisse il suo lavoro. Ma questo esecutivo continuerà solo se l’elezione del prossimo capo dello Stato riproporrà lo stesso schema di unità nazionale. In tal senso sarebbe auspicabile che tra le forze politiche (a partire da Pd e Lega) si avvisasse un dialogo per individuare un nome su cui convergere. Si potrebbe partire dalla scelta condivisa di dare al nostro Paese un Presidente donna. In Italia esiste più di qualche esponente donna autorevole, competente, affidabile, non di bandiera. Basta guardarsi attorno e uscire dalla propria “bottega”. Senza una prospettiva di unità nazionale ci troveremo senza Mattarella e senza Draghi. E il Paese si ritroverà nella palude che così tanti danni ha fatto nel passato anche recente.