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Conflitto in Yemen: quasi 500.000 le vittime

di Patrizia Caiffa

La peggiore crisi umanitaria del XXI secolo. Un conflitto che diventa sempre più violento, con migliaia di vittime tra i bambini. Secondo studi dell’Università di Denver, se la guerra nello Yemen non sarà fermata, nel 2022 si potrebbe arrivare a 500.000 morti, tra cui oltre 300.000 a causa della fame e della mancanza di cure mediche. È l’ennesimo grido d’allarme quello lanciato il 17 giugno, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, da Mark Lowcock, sottosegretario Onu per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza in Yemen. Come ogni mese Lowcock ha presentato il suo resoconto al Consiglio di sicurezza. E come ogni mese è costretto ad implorare un’azione concreta per riportare la pace nel Paese, giunto oramai al quarto anno di conflitto. E a chiedere risorse economiche per garantire gli aiuti umanitari necessari.

Le cifre di questa guerra dimenticata sono sempre più impressionanti, al punto da suonare incredibili: 70.000 morti dal 2016, 24 milioni di persone (ossia l’80% della popolazione) bisognosa di assistenza e protezione. Tra questi, oltre 10 milioni non riescono a sopravvivere senza aiuti alimentari d’emergenza. Gli sfollati sono 3 milioni e 300 mila. Nel 2018 più di 100 ospedali e scuole sono stati colpiti da azioni di guerra (bombardamenti aerei, granate, mortai). 600 attacchi al mese riguardano strutture civili. Ci sono 30 fronti di guerra aperti, dove combattono le parti in conflitto: gli insorti huthi, fedeli a all’ex presidente Ali Abdullah Saleh che hanno formato l’organizzazione armata Anṣār Allāh, e la coalizione a guida saudita che appoggia le forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, fuggito ad Aden nel 2015. Il 13 dicembre 2018 è stato firmato a Stoccolma un accordo che prevedeva il cessate il fuoco ma i combattimenti sono subito ripresi a Hodeida.

Denuncia Lowcock: «I combattimenti hanno costretto quest’anno 250.000 persone a lasciare le proprie case. Le uccisioni e i ferimenti dei bambini sono più che triplicati dagli ultimi 4 mesi del 2018 e i primi 4 del 2019. In questi ultimi giorni abbiamo visto un pericoloso e riprovevole aumento di attacchi sull’Arabia Saudita, e bombardamenti aerei su Sana’a e altre zone».  Oggi la maggior parte degli yemeniti vive in aree controllate dai ribelli huthi e dai loro alleati.

«La guerra non solo è brutale, ma nessuno vince. Sono tutti d’accordo su questo, almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Eppure la guerra continua».

Lo scenario sociale vede una economia devastata, con una contrazione del 40%, e un aumento del 50% di persone bisognose di assistenza rispetto alla situazione precedente alla guerra. Un quarto dei bambini sono malnutriti, il 40% ha dovuto smettere di andare a scuola. Le precarie condizioni igieniche hanno portato alla diffusione di una epidemia di colera.

Fortunatamente gli interventi sanitari delle organizzazioni internazionali hanno contribuito alla diminuzione di nuovi casi. Senza contare a fine giugno 80.000 persone sono state colpite da piogge torrenziali e alluvioni. Le già misere tende e baracche dove vivevano sono state distrutte, e l’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha dovuto provvedere a ripari d’emergenza e forniture di materiali per riparare le case danneggiate.

Il funzionario Onu non si stanca di ripetere i suoi continui appelli, e di richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità. E alcune reazioni ci sono state: il 10 giugno Papa Francesco ha accennato a «persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini», mentre il 26 giugno la Camera dei Deputati ha approvato una mozione per cessare l’invio di armi in Yemen.