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Editoriali

Confini

Sabato scorso ho potuto partecipare a due eventi molto diversi tra loro, ma che – ciascuno a suo modo – mi hanno entrambi portato a riflettere su quanto sia ancora forte il peso simbolico dei confini nella nostra vita: in mattinata il convegno promosso dall’Istituto Rezzara di Vicenza sulla complicata e tormentata storia dei Balcani e, nel pomeriggio, la prima delle 14 assemblee vicariali volute dal Vescovo per continuare il discernimento sulla presenza e il futuro della Chiesa nel nostro territorio (di entrambi diamo conto nelle pagine successive del giornale).

Le tematiche, certamente molto distanti le une dalle altre, avevano in comune, però, una questione di fondo, quella appunto dei confini, intesi nel loro duplice significato di ciò che definisce la nostra identità, rendendoci quel che siamo, ma al contempo anche di ciò che ci separa gli uni dagli altri (come singoli, comunità, stati) differenziandoci e, a volte, come la storia purtroppo insegna, almeno da Caino e Abele in poi, opponendoci e trasformandoci spesso in antagonisti con cui contendere spazi vitali o addirittura in nemici da combattere. E del resto, se i Balcani hanno storicamente e geograficamente segnato il confine tra Occidente e Oriente, tra la “cristianità” e la terra dei minareti e dei turbanti, è altrettanto vero, nel nostro piccolo, che le identità delle nostre parrocchie, oggi necessariamente rimesse in discussione, si sono costruite nei secoli spesso su un campanilismo esasperato e, complice l’immobilismo del mondo pre-industriale e i meccanismi quasi medievali dei benefici ecclesiastici in vigore sino a tempi recentissimi, su una rivendicazione e rimarcazione di confini (e relativi diritti) che correvano invisibili, ma efficacissimi, lungo fiumi, fossi, sentieri, vie comunali, strade ferrate e carrarecce.

Se i Balcani (terra di confine frammentata al suo stesso interno in staterelli e gruppi etnici spesso in conflitto tra loro) danno dunque l’impressione di essere una pentola a pressione posta su una fiamma perennemente troppo alta, non stupisce come anche nelle assemblee vicariali la temperatura si sia di colpo alzata nel momento in cui si sono presentate mappe e cartine geografiche che ridisegnano i confini e le competenze di parrocchie e unità pastorali, allargando, inglobando o scorporando a seconda delle necessità e delle prospettive. E se alla fine sembrano prevalere comunque la fiducia e la disponibilità a mettersi in gioco in collaborazioni pastorali più allargate o diverse da quelle che si sarebbe immaginato, non vanno nascoste le lacrime, di rabbia o di dolore, apparse sui volti preoccupati di alcuni, sinceramente legati alle proprie comunità ed esperienze di Chiesa.

Mi rendo conto che paragonare i Balcani ai vicariati della diocesi sia accostamento ardito. Probabilmente si tratta di una mera suggestione, che tuttavia potrebbe renderci più consapevoli e dunque preparati ad affrontare gli inevitabili meccanismi di difesa, le resistenze e le resilienze (non sempre positive) che cambiamenti di questo tipo innescano anche in seno a Santa Madre Chiesa. Che però ha a suo favore un elemento tutt’altro che secondario, ovvero la fede condivisa. La fede in un Dio che, essendo amore in-finito, scardina l’idea di ogni confine. Un Dio che venendo tra noi ha abbattuto i muri di separazione, limitandosi poi a “piantare una tenda” e a inviare i suoi ad annunciare questo evangelo “sino agli estremi confini della terra”. Solo ricordando, come opportunamente è stato fatto, che ogni riforma nella Chiesa ha per fine non la riorganizzazione amministrativa delle strutture, ma una più efficace evangelizzazione, le comunità cristiane ritroveranno il loro volto più giovane e bello, superando la tentazione di arroccamenti anacronistici e pericolosi.

Alessio Graziani

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