Cultura

Chi suona, parla meglio

Secondo uno studio condotto all'Università di Montréal, esercitarsi con uno strumento musicale consente di elaborare meglio il linguaggio
di Maurizio Calipari

La musica, una delle arti sempre vive, tra quelle più in grado di lasciare un segno nell’animo umano. In fondo, in qualche modo ne godiamo tutti. Chi l’ascolta, chi la crea, chi la promuove. Suoni e generi diversi, per culture ed epoche diverse.
Ma adesso, tra gli aspetti positivi legati alla pratica della musica, ne spunta uno nuovo. Pare, infatti, che l’abitudine ad esercitarsi con uno strumento musicale possa contemporaneamente produrre notevoli benefici sulla capacità di elaborare il linguaggio. Sono queste le conclusioni di un recente studio (riportato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”), condotto da Yi Du e Robert Zatorre della McGill University di Montréal.

In effetti, il fatto che ci possa essere una stretta correlazione tra musica e linguaggio trova sicuro fondamento nei dati della neurobiologia. È dimostrato infatti che esiste una parziale sovrapposizione tra i circuiti neurali coinvolti nei due tipi di informazioni. In più, agli studiosi del settore è noto come l’esercizio con gli strumenti musicali sia associato ad un elevato grado di plasticità del cervello. Ha senso pertanto chiedersi se questa stessa pratica possa rendere chi la attua più capace di cogliere il linguaggio in ambienti rumorosi.

Non si tratta certo di pura curiosità, bensì di una questione di fondamentale importanza clinica. I dati disponibili, infatti, indicano che, in presenza di un sottofondo rumoroso, i deficit di percezione del linguaggio colpiscono prevalentemente le persone anziane, i bambini con disturbi dell’apprendimento e i soggetti con un calo dell’udito.

Finora, però, non era mai stata condotta una ricerca specifica approfondita, anche perché, a riguardo, esistono alcune difficoltà sperimentali, come ad esempio il fatto che le prestazioni nella percezione del linguaggio possono essere influenzate da diversi fattori (tra cui la memoria di lavoro uditiva o il quoziente d’intelligenza non verbale del soggetto).

Per realizzare la loro indagine, Du e Zatorre sono ricorsi all’impiego della risonanza magnetica funzionale, tecnica in grado di evidenziare le aree che si attivano nel cervello mentre il soggetto sta svolgendo un compito. Così, su 30 volontari, di cui 15 musicisti, sono state analizzate le differenze nella percezione del linguaggio. In particolare, i test riguardavano l’identificazione dei suoni di diverse sillabe in ambiente rumoroso, con un rapporto segnale/rumore compreso tra -12 e 8 decibel (in un range di condizioni, quindi, che variava tra l’assenza di rumore e la prevalenza pressoché completa di rumore).

I risultati ottenuti hanno dimostrato come i due gruppi di soggetti si comportassero nello stesso modo in condizioni di assenza di rumore, mentre il gruppo di musicisti otteneva risultati migliori in tutte le altre condizioni di presenza di rumore. Più approfonditamente, le scansioni cerebrali con la risonanza magnetica funzionale hanno messo in evidenza come le speciali capacità dei musicisti fossero associate ad una maggiore attivazione delle porzioni destra e frontale inferiore sinistra della corteccia uditiva. Ulteriori analisi, poi, hanno mostrato come nei soggetti musicisti gli schemi neurali correlati ai suoni dei fonemi (che compongono le sillabe) fossero più distinti nelle regioni della corteccia uditiva e motoria, rispetto ai non musicisti.
Infine, è emerso la stretta correlazione tra l’esercizio musicale e un rafforzamento delle connessioni funzionali della rete neuronale legata alle aree uditiva e motoria.