Avvento 2018 In primo piano

Cercasi profeti… per promesse di bene

di Sorella Alessandra Buccolieri

La terra ha bisogno di profeti. Da sempre. Ma c’è una situazione che lo grida in maniera più forte. Quando qualcosa si erge a idolo, o quando qualcuno/a è considerato un idolo, abbiamo bisogno di profeti.

In un tempo che diventa luogo per parole vuote, per fake news, per distrazioni che impediscono centrature in se stessi ed enfatizzano piuttosto deliri di onnipotenza, in un tempo apparentemente oscuro, c’è bisogno di profeti.

Di chi sa vedere un mandorlo che fiorisce, di chi sa declinare un controcanto, di chi spezza parole inclusive, di chi usa una grammatica nuova e gratuita dove chi ha fame e sete può venire e comprare senza denaro (cfr Isaia 55,1).

L’Avvento ci dà la possibilità di riassaporare parole antiche e sempre nuove, perché la profezia non ha tempo. Anzi da lì, forse da quelle parole così salde da aver attraversato i secoli, possiamo ripartire anche oggi.

Come non accorgerci che cerchiamo parole “altre” mentre politicamente, socialmente – ma forse anche ecclesialmente parti di noi gridano: “Fino a quando starai nascosto per sempre Signore?” (salmo 89) C’è da sempre chi porta nomi che hanno in sé una promessa, un avvenire di bene, un tratto di speranza, ma spesso non ne è consapevole. Sedecia, il cui nome significa “Signore nostra giustizia”, fu un re debole, incapace di ascoltare la Parola portata dal profeta Geremia, incapace di tessere trame favorevoli per percorsi retti e giusti.

La promessa non era Sedecia, attirato da mille altri idoli, incapace di discernimento. Pro- mittere significa mandare avanti, liberare, affrancare da…; la promessa ha a che fare con una vita che fiorisce, che semina possibilità piuttosto che ostacolarle.

Come allora anche oggi attendiamo queste “promesse di bene”. Attendiamo germogli dove i giudizi e la giustizia non abbiano il sapore delle etichette, del tagliare a metà i vissuti in buoni e cattivi, noi e gli altri; attendiamo il dono di chi sa distinguere voci di bene rispetto a chi annuncia solo sciagure.

“In quei giorni Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore nostra giustizia’. (Ger 33,16) Le nostre città, le nostre comunità, ferite dalla disoccupazione, da un’integrazione difficile a compiersi, disegnate perfino per vivere sempre più da single o privati che non insieme, ecco, le nostre città chiedono che su di loro si compia un’intercessione di tranquillità, di pace, di convivenza pacifica. Non più Sedecia, non più un uomo solo al comando, ma un’intera città porta il nome, la promessa di bene.

“Signore nostra giustizia”, appellativo per la città di Gerusalemme di allora, è scuotimento, oggi, per le nostre città, le nostre chiese…a spostarsi, a radicarsi nell’Unico Signore, nelle cui mani c’è futuro, c’è possibilità.

Ascoltando il profeta Geremia, è riconoscere che la promessa di bene è l’avvento di Gesù, l’ebreo marginale, la cui giustizia era fatta di parole e di gesti liberanti, di relazioni personali, di una fede viva nei confronti del Padre suo.

Un germoglio quello di Gesù che celebriamo a Natale, ma che ha già in sé l’esigenza e la durezza della croce.

Chi si spende per la giustizia, per la fraternità, per città vivibili e per un’umanità in cui la tranquillità è data per tutti…sa che porta il prezzo della croce. Cercasi profeti capaci di annunciarci questo.

*Questo testo è stato pubblicato sulla versione cartacea del giornale nella rubrica “Voci di profeti cercasi” che accompagnerà i lettori durante l’Avvento.

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