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Carlo Presotto: «Il mio è il teatro dell’autenticità»

Carlo Presotto, attore teatrale
di Margherita Grotto

«Sono convinto che il teatro
sia un luogo in cui il sacro,
inteso come spiritualità,
venga spesso convocato»

Ci sarà un ospite d’eccezione al corso “Catechesi e comunicazione”, organizzato per martedì 20 febbraio alle 20.45 dall’Ufficio catechistico. Si tratta di Carlo Presotto, attore teatrale e presidente del centro di produzione teatrale La Piccionaia di Vicenza, che interverrà sul tema “Narrare attraverso il teatro”.

Carlo, lei è stato coinvolto anche gli anni precedenti?

«Questa è la prima volta, ma ho già partecipato in passato, coinvolto dai Paolini, a incontri con catechisti sul tema del “mettere in scena” l’annuncio, del riportare cioè la parola all’interno dell’esperienza intesa come emozione, corpo e pensiero».

Come declinerà concretamente il suo incontro?

«Dirò poco, farò molto. Proporrò dei giochi ai partecipanti. Si alzeranno, muoveranno, chiuderanno gli occhi… Vorrei portarli a fare esperienza, attraverso due testi del Vangelo di Marco che parlano di semi e piante, di generatività ».

Il corso verte sulla narrazione. Narrare attraverso il teatro cosa significa?

«Narrazione è quando la parola diventa azione. In questo senso, quindi, all’inizio dell’incontro chiederò ai partecipanti di fare un “salto mortale”, di pensare al teatro non come spettacolo, sipario,poltrone e palcoscenico, ma all’agire, al fare, quel fare particolare, non quotidiano. Il rapporto tra teatro e narrazione, che entra in modo prepotente nel teatro italiano dagli anni Ottanta, con figure come Marco Paolini, Marco Baliani, riporta un certo tipo di parola al centro dell’azione drammatica».

E il suo che tipo di teatro è?

«Teatro dell’autenticità. Diceva il grande maestro Eduardo De Filippo: “In teatro tutto è finto e niente è falso».

Come si fa a parlare di fede a teatro?

«Io credo che il teatro, nella sua parentela antropologica con il rito e la festa, sia un luogo in cui il sacro, inteso anche come spiritualità, viene spesso convocato».

A lei è mai capitato di portare in scena un testo dall’impronta spirituale?

«Nel 1984 ho interpretato il grande testo “Processo a Gesù” di Diego Fabbri. Un testo estremamente provocatorio, soprattutto per il periodo conciliare. Da lì mi sono ritrovato varie volte alle prese con il tema della spiritualità. Per esempio, ai primi anni Duemila un amico musicista mi ha chiesto di accompagnare la tournée di un gruppo di Dervisci sufi rotanti recitando in italiano le poesie del maestro persiano di queste confraternite. In quell’esperienza mi sono sentito chiamato a un’autenticità. Ho incontrato, attraverso l’Islam, la dimensione del mettersi in ascolto e, facendomi interrogare da questa, ho capito che per recitare dovevo spogliarmi di tutto il sapere tecnico, non recitare bene, ma recitare vero».