Storie

Il cancro a viso aperto

Uno degli scatti realizzati da Noemi Meneguzzo, www.tucancroiodonna.it

Cancro, una parola brutta, cattiva, per molti considerata ancora tabù. Eppure qualcuno riesce a conviverci in modo diverso, a viso aperto. Ci siamo chiesti perchè alcune persone che stanno affrontando un tumore decidano di rendere pubblica la propria condizione e come, questo, li possa aiutare a stare meglio. Quali sono le dinamiche che ruotano attorno alla scelta di “mettersi a nudo”?

Sandro Pupillo assieme alla moglie Elisabetta

Sandro Pupillo, il guerriero “smidollato”

Sandro Pupillo, il guerriero “smidollato”, è tornato su Facebook a parlare della sua malattia. Lo aspettavamo in quasi 5000 (chi scrive è tra questi), dopo alcuni mesi di silenzio.

Ormai è come leggere un romanzo avvincente, un saggio sulla vita, ma anche di medicina e teologia. I post che il direttore della società del Quartetto, consigliere comunale prima di maggioranza, ora d’opposizione, pubblica dal 6 dicembre 2015 (anno in cui ha scoperto di soffrire di leucemia promielocitica acuta), sono straordinariamente positivi, un inno alla piccole gioie della vita. «Non rinnego il tumore perché mi ha permesso di fare un cammino di consapevolezza e mi ha reso più maturo – racconta  con il suo parlare pacato, seduto sul divano nell’appartamento in viale dal Verme -»

In tre anni Pupillo ha affrontato infiniti giorni di ricovero, chemio e radioterapia, un trapianto di midollo e ha ingerito (continua a farlo) diversi tipi di farmaci e continua a raccontare la propria esperienza per uno scopo terapeutico: «Vedendo le risposte d’incoraggiamento e di forza che arrivavano, ho sentito un’energia speciale. Sentivo tanta spiritualità, così ho pensato di continuare a raccontare – spiega-.»

nonostante la malattia sia tornata, Sandro non perde la sua speranza: «Io oggi mi trovo con un corpo affaticato dalle medicine, con un sistema immunitario e una vista compromessi, sono sterile al 90%, e ho dei fastidi fisiologici a causa dei valori sballati. Ma tutte queste privazioni vanno trasformate in opportunità. Certo, non sempre è semplice. Con la malattia ho scoperto che la felicità è nella semplicità». Tuttavia, è consapevole che la vera sofferenza della morte è per chi rimane: «È la forma di dispiacere più grande: lasciare i miei cari, la mia famiglia, Elisabetta. Sono molto sereno di fronte alla morte, perché è un passaggio naturale, arriva per tutti in modo più o meno violento. Credo che ci sia un legame con l’Aldilà, il lato fisico lascia posto a quello spirituale.»

Per seguire Sandro sui social, in collaborazione con Admo: #aiutaunosmidollato.

Noemi Meneguzzo

Femminili in un corpo sfregiato

Tutto è cominciato con un autoscatto sul divano. Calva, la cicatrice sul seno. Posa alla Paolina Bonaparte. Noemi Meneguzzo, 45 anni, insegnate di Sovizzo, ha sentito l’esigenza di esternare e raccontare il suo tumore mostrando a tutti il corpo sfregiato quando la “bestia” si è ripresentata nel 2011 dopo averla sconfitta nel 2007 con la chemio, l’esportazione e la ricostruzione del seno.

Da quel giorno è nata una mostra (www.tucancroiodonna.it) «Volevo far riflettere e avvicinare le persone ai malati; i malati si possono toccare e si può essere femminili anche con un corpo sfregiato. Avevo bisogno di scaricare la rabbia e l’energia negativa, che di solito sono tra le emozioni da censurare perché l’educazione ci porta a reprimerle. Io ho trovato salutare esternarle per accettare di essere arrabbiata».

«Non bisogna nascondersi – continua -, il racconto ci avvicina alla verità e alla libertà. Aprendosi, si riceve molto affetto dagli altri.» Neanche Noemi ,come Sandro, si fa sopraffare dalla paura della morte «Mi sento soddisfatta della mia vita. La fede mi sta aiutando tantissimo», spiega.

Da un anno Noemi ha avviato un progetto di danza “I dance the way I feel” per persone di qualsiasi età che hanno vinto o che stanno combattendo la malattia in collaborazione con “Gli amici del quinto piano” dell’ospedale San Bortolo di Vicenza. Per info: amicidelquintopiano@gmail.com.

Fede e malattia

«Il malato deve aiutarci a comprendere la nostra umanità, perché soltanto quando noi riusciamo ad accettare la nostra debolezza, siamo capaci di far emergere la verità della nostra umanità.». Sono parole di don Giuseppe Pellizzaro, direttore dell’Ufficio della pastorale della salute della nostra diocesi che analizza come una comunità dovrebbe stare vicino alle persone sofferenti. Spiega, però, che il contesto religioso è cambiato: «La visita al malato diventa problematica perché alcuni possono percepire la presenza di un estraneo come un’intrusione. D’altra parte, però, la comunità cristiana deve fare attenzione a non nascondersi dietro questi problemi e vivere in un atteggiamento di latitanza». «Chi manifesta la propria debolezza riesce a comprendere una cosa fondamentale: la vita si pone dentro il limite» conclude don Pellizzaro.

Nicoletta Fusaro, teologa e coordinatrice infermieristica nell’ospedale di Cittadella, non ha dubbi: «Si decide di esternare la propria malattia per reagire alla paura, alla tristezza, alla solitudine. Anche per vincere l’imbarazzo di un corpo che cambia e si trasforma».

Il valore terapeutico è oggettivo: «L’esternazione penso rappresenti la possibilità di deporre un peso – analizza Fusaro -. Anche attraverso la lettura dei Vangeli, si può analizzare la malattia: un intero libro della Bibbia, di ben 42 capitoli, è dedicato al tema del dolore e della sofferenza di un uomo. In quelle pagine nulla è tenuto segreto: il benessere prima dell’infermità, gli effetti della malattia sul corpo, la ricerca delle possibili cause, la sofferenza interiore, lo smarrimento di una moglie, la chiamata in causa di Dio, la ricerca di un senso.

La fede è un solido gancio al quale ancorarsi e conclude così: «Gesù non ha cercato la sofferenza, anzi, ha chiesto di esserne liberato e poi ha rimesso nelle mani del Padre la fiducia di poterla attraversare nel modo migliore: quello dell’amore non-violento».

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