Fratelli Tutti

Il Buon Samaritano – Una parabola per mettersi nei panni dell’altro

Il secondo capitolo dell’enciclica "Fratelli tutti" ha come trama il famoso testo del Vangelo di Luca.
SS. Francesco - Sacro Convento di Assisi - Celebrazione della Santa Messa e firma dell’Enciclica “Fratelli tutti” alla tomba di San Francesco - 03/10/2020
di Don Aldo Martin, biblista, rettore del seminario vescovile

Un dato che balza all’occhio nella recente enciclica di papa Francesco Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale è il fatto che nel testo sia incastonato, citato per esteso, un brano biblico. Questa scelta è decisamente apprezzabile, perché dimostra come il magistero dell’attuale pontefice venga elaborato in costante «religioso ascolto della Parola di Dio» (Dei Verbum, n.1).

Infatti, anche negli altri testi il papa è fedele a questo principio ispirativo. Nel capitolo quarto dell’Amoris laetitia, esortazione apostolica sull’amore nella famiglia (2016), viene riportato per esteso e commentato versetto dopo versetto l’elogio dell’Agápe di Paolo in 1Cor 13. In Gaudete et exultate, esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (2018), il capitolo terzo è quasi interamente dedicato alla ripresa e al commento delle Beatitudini (Mt 5,3-12). Nella Christus vivit, esortazione postsinodale rivolta ai giovani, il primo capitolo è intitolato «Cosa dice la Parola di Dio sui giovani». In Evangelii gaudium (2013), troviamo nei numm. 4-5 del I capitolo, in forma più sintetica rispetto agli altri documenti, i riferimenti biblici al tema della gioia.

Tornando alla Fratelli tutti, il testo evangelico di riferimento è la parabola del buon Samaritano, che è ben nota. Essa viene presentata come chiave interpretativa delle relazioni umane e come il punto di arrivo della Rivelazione su questo tema: «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano […]. La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune» (n. 67). In fondo, questo episodio è emblematico per gli uomini e le donne di ogni luogo e di ogni tempo, perché prima o dopo tutti dobbiamo fare i conti con le fragilità e le ferite proprie e degli altri. Inoltre, ciascuno deve scegliere quale personaggio della parabola imitare: o coloro che si scansano e perseguono i loro interessi, disinteressandosi totalmente del malcapitato, oppure farsi a lui prossimo, prendendosi in carico la sua situazione. Non sono ammesse, dunque, alternative: «la storia del buon samaritano si ripete» (n. 71). Infatti, prima o poi, ciascuno si trova ad occupare il posto dei singoli personaggi del racconto parabolico: «se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (n. 69). Ciò che conta è assumere la posta in gioco della parabola come criterio per impostare la propria esistenza: sia come criterio di discernimento, sia come principio operativo. La parabola, infatti, chiede esplicitamente un cambio di prospettiva, allora come oggi. Bisogna mettersi nei panni dell’altro: dunque, non tanto chiederci verso chi io debba fare qualcosa («chi è il mio prossimo?»), ma come vivere relazioni di prossimità nei confronti dei malcapitati del nostro tempo («di chi io debbo diventare prossimo?»). A tale quesito l’intera enciclica intende dare una risposta competente e articolata secondo l’attuale situazione socioeconomica del mondo: è come se le riflessioni e le indicazioni dell’intero documento papale fossero una conseguenza diretta del racconto parabolico.

Solo in questo modo le relazioni tra gli esseri umani verranno sanate da ogni forma di asservimento e sfruttamento e saranno impostate secondo la fraternità auspicata da Francesco. Una fraternità iscritta nel DNA di ogni uomo e di ogni donna in forza della comune appartenenza a questa umanità, ma nuovamente indicata come compito urgente da vivere, perché tutti gli uomini e le donne del nostro tempo siano realmente «tutti Fratelli».

 

La parabola (Lc 10,25-37).

«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”.  Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» .

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