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Brexit. I “ribelli Tory” mettono all’angolo Johnson

La legislazione che lega le mani al premier Boris Johnson, rinviando Brexit, approvata ieri con 327 voti favorevoli e 299 contrari, dai Comuni, grazie a 21 ribelli Tory, completerà il proprio iter alla camera dei Lords entro venerdì 6 settembre. Questa è la novità sulla quale si confronta oggi la politica britannica e l’unica certezza nel caos che regna a Westminster.

I deputati hanno imposto a Boris Johnson di chiedere a Bruxelles un’estensione della data di uscita della Gran Bretagna dalla Ue, che arrivi fino al 31 gennaio 2020, perché le alternative che gli ha offerto il parlamento – un nuovo accordo entro il 19 ottobre o una rottura netta con l’Europa – non sono percorribili. Il premier ha strade alternative, secondo la Bbc, per svincolarsi dalla camicia di forza che gli hanno imposto i deputati e raggiungere il suo obiettivo di elezioni generali per il 15 ottobre bocciato ieri dai Comuni.

Potrebbe aggirare, con un cavillo legislativo, la condizione secondo cui la chiamata alle urne deve essere approvata dai due terzi dei parlamentari, accontentandosi di una maggioranza della metà più uno, ma i deputati potrebbero intervenire ancora per emendarla, ritardando la Brexit una seconda volta. Oppure Johnson potrebbe decidere di fare autogol sfiduciando se stesso. Una strategia anche questa molto rischiosa perché l’opposizione potrebbe formare, con successo, un governo alternativo e Johnson sarebbe, questa volta, politicamente davvero finito.