Ufficio Pellegrinaggi

Betlemme. Intervento di restauro alla Basilica della Natività

Intervista al titolare dell'impresa che ha eseguito i lavori, Giammarco Piacenti
di don Gianantonio Urbani

Almeno 170 persone tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. Trenta spedizioni di materiali, 2.800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55.000 viti solo per il tetto; 2000 mq di multistrato fenolico, 2.800 mq di lastre di Piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. Tre  anni di lavoro, dall’agosto del 2013. Ben 130 mq di mosaico e una porta armena restaurata e 59 autorità del mondo in visita ufficiale. Sono questi i numeri che riguardano il restauro della Basilica della Natività di Betlemme, in Palestina. Numeri che riguardano la ditta Piacenti di Prato che ha eseguito i lavori. Un’enorme opera di ricognizione e messa in sicurezza di uno dei monumenti antichi della cristianità orientale meglio conservato. Abbiamo contattato il dottor Giammarco Piacenti e gli abbiamo rivolto un paio di domande su questa esperienza.

Cosa ha rappresentato finora per te, oltre al tuo lavoro professionale, la possibilità di restaurare la Basilica della Natività a Betlemme?

«Rispondo per la Piacenti S.p.A. prima e poi per Giammarco: Per la mia “bottega” rappresenta un obiettivo inaspettato, incredibile e meraviglioso, per tutti gli operatori dell’azienda, per la mia famiglia che ha fatto tanti sacrifici nel tempo e credo anche per mio padre, mancato lo scorso anno, sia stata una soddisfazione unica e importante per tutta la sua vita professionale. Personalmente mi ha dato la possibilità di riavvicinare una fede che aveva preso una strada difficile, irta. I miei dubbi aiutati da situazioni o persone mi davano incertezza e infelicità. Questa occasione mi ha messo alla prova, mi ha scosso, con la presenza di personaggi della Chiesa molto significativi, non solamente i cattolici, mi ha dato speranza per il mio Cristianesimo. L’incontro con Papa Francesco è stato il culmine, l’incontro con tutte le persone che mi incontrano e mi sorridono mi riempie di gioia».

Cosa porti con te per il prossimo futuro come bagaglio da questa esperienza di lavoro in Terra Santa?

«Ancora l’esperienza non è finita e nei miei sogni spero non finisca mai. Non ho ancora fatto un consuntivo ma mi ha permesso di avvicinare dei mondi interessanti che danno quel “sale della vita” che spinge a provare ancora a buttarti nel vuoto quando valuti un nuovo obiettivo, quella incertezza o quella prudenza che ti consiglia di tornare indietro ma tu ascolti un’altra voce che ti dice di andare. Forse mi porto quel pizzico di follia che spinge gli imprenditori a non ascoltare i guru dell’economia, forse ho trovato un’altra strada».

 

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