Attualità

Banche e armi. Trasparenza addio.

Credits Save The Children, Giuliano Del Gatto

Oltre un miliardo e mezzo di euro Unicredit (per l’esattezza 1.695.282.614,67 euro). Poco più di 732 milioni e mezzo di euro Intesa Sanpaolo (732.602.046,71 euro). Sono gli importi segnalati nel 2022 dai due istituti di credito italiani legati ad attività di export di armi e materiale militare. Lo riporta banchearmate.org, sito promosso da “Missione Oggi” dei missionari Saveriani, “Nigrizia” dei Comboniani e “Mosaico di Pace” della sezione italiana del movimento internazionale Pax Christi. La fonte è il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dal Giubileo del 2000 le tre riviste promuovono la Campagna di pressione alle “banche armate”. L’obiettivo è mantenere alta l’attenzione della società civile, del mondo politico e delle sue rappresentanze parlamentari e governative sul commercio mondiale delle armi e in particolare sulle esportazioni di sistemi militari dell’Italia. Nella lista, al terzo posto, troviamo Deutsche Bank Spa (694.552.793,03 euro), seguita dalla Banca Popolare di Sondrio (248.245.070,90 euro). Nel 2022 (ultimo dato disponibile) erano 24 gli istituti bancari coinvolti per un giro d’affari di oltre 4 miliardi di euro. Nelle ultime posizioni troviamo anche l’insospettabile Poste italiane spa.
Ne parliamo perché l’elenco delle banche implicate nel mercato delle armi con i relativi importi, come quello pubblicato su banchearmate.org, rischia di sparire. C’è infatti un disegno di legge del Governo Meloni già passato al Senato che intende modificare la legge n. 185 (“Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”) che dal 1990 regolamenta le esportazioni italiane di armamenti. «Il disegno di legge – riporta il sito della Campagna – intende limitare l’applicazione dei divieti sulle esportazioni di armamenti, riduce al minimo l’informazione al parlamento e alla società civile, e soprattutto, elimina dalla Relazione governativa annuale tutta la documentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito nell’import-export di armi e sistemi militari italiani”.
Funziona così. Oggi, per legge, sono le banche a comunicare al Governo ogni singola operazione che riguarda gli armamenti. Dopo aver raccolto i dati la Presidenza del Consiglio invia ogni anno una relazione dettagliata alle Camere. Con la modifica della legge 185 da questa Relazione verrebbero eliminate tutte le informazioni sulle singole autorizzazioni ed esportazioni per tipo di armi, qualità e valore e i dati riguardo le attività degli istituti bancari.
«Le banche – spiega Giorgio Beretta, analista della Campagna – non svolgono solo un’attività meramente passiva di incassi per conto delle aziende esportatrici di armamenti ma, soprattutto per i programmi di maggior rilevanza economica, offrono servizi di finanziamento, anticipi di pagamenti e attività di intermediazione, di cui, ovviamente, poi chiedono interessi e compensi. Per questo nelle tabelle riportate nella relazione governativa c’è anche una colonna che indica gli “accessori” che includono gli interessi, i compensi di intermediazione, in qualche caso le penali». «Quando, ad esempio – continua Beretta – Alenia-Aermacchi (oggi parte del gruppo Leonardo, ndr) nel 2012 ha ottenuto l’autorizzazione ad esportare 30 caccia addestratori M-346 a Israele del valore di oltre 469 milioni di euro, la Relazione governativa ha riportato che l’azienda ha richiesto ad una banca due finanziamenti per un valore complessivo di oltre 460 milioni di euro. Parliamo degli addestratori su cui si sono esercitati i piloti dell’aeronautica miliare israeliana che stanno bombardando la Striscia di Gaza».
Tutto oggi deve essere trasparente, nero su bianco. «Tra qualche mese non sarà più così» afferma l’analista.
I produttori di armi sono diventati più interessanti dal punto di vista finanziario grazie ai conflitti armati più recenti, in Ucraina e Palestina. Le azioni del settore difesa sono ai massimi in Borsa. Ecco che è sempre necessario chiedere al proprio istituto bancario dove si sta investendo, soprattutto se banche e Governo italiano non saranno più obbligati per legge a comunicarlo.
Sul sito promosso da Saveriani, Comboniani e Pax Christi si può scaricare una lettera per chiedere al proprio istituto di credito se investe in armamenti e in che modo. La missiva chiede di esplicitare la direttiva (policy) riguardo al coinvolgimento in operazioni nel settore della produzione e commercializzazione di armamenti nucleari, mine antipersona, bombe a grappolo, ma anche nella produzione e commercializzazione di armamenti convenzionali e delle armi leggere e di piccolo calibro destinate a Paesi esteri.
Intesa Sanpaolo, tra i cui correntisti si ritrovano anche molti enti ecclesiastici, dal 2007 limita la propria attività bancaria e di finanziamento “alle sole operazioni che riguardino la produzione e/o la commercializzazione di materiali di armamento ai Paesi che appartengono all’Unione europea e/o alla Nato. Inoltre, in coerenza con i valori e i principi espressi nel proprio Codice Etico, formula l’espresso divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria e di finanziamento connessa con la produzione e/o la commercializzazione di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali (armi nucleari, biologiche e chimiche, bombe a grappolo e a frammentazione, armi contenenti uranio impoverito, mine terrestri anti-persona)” fanno sapare dalla sede di Milano.
I maggiori produttori di armi al mondo sono gli Stati Uniti d’America: Lockheed Martin, Raytheon e Boeing dalla sola vendita di armi nel 2020 hanno fatturato rispettivamente 58,2 miliardi di dollari, 36,7 e 32,1. Le due più note produttrici di armi italiane sono Fincantieri e Leonardo-Finmeccanica che per il 30,2% è a controllo statale.
Dal 2016 in Leonardo-Finmeccanica sono confluite le attività delle società precedentemente controllate: AgustaWestland (elicotteri), Alenia Aermacchi (aerei), Selex ES (elettronica), OTO Melara (mezzi terrestri e torrette navali) e Wass (siluri).
«Grazie alla nostra Campagna di pressione molti istituti italiani si sono dati delle direttive, come appunto Intesa Sanpaolo e Unicredit (che restano comunque tra gli istituti coinvolti, ndr) mentre Montepaschi di Siena ha deciso di non finanziare più l’export di armamenti» spiega Beretta. I principali investitori europei nell’industria delle armi non sono italiani: ai primi posti risultano le francesi BNP Paribas e Crédit Agricole e la tedesca Deutsche Bank.
Dove e come decidiamo di investire i nostri soldi ha un determinato impatto sociale ed ambientale. Esistono fondi etici e responsabili. Pensiamoci.
Marta Randon