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Bambini e ragazzi. Gli invisibili dello Stato

Stiamo entrando nella fase 2. Si parla di riaperture, di jogging, di spiagge. E i figli? Come stanno vivendo questo periodo di reclusione? «Se l’isolamento sociale imposto diventa troppo lungo è un fattore di rischio. Le famiglie hanno bisogno di aiuti e supporti esterni» dice Paola Milani, professoressa di pedagogia delle famiglie all’Università di Padova.
di Marta Randon

«Nessun genitore può essere un buon educatore in solitudine, senza supporti esterni. Quindi senza nidi, scuole, servizi sociali, educativi, sanitari, ricreativi, sportivi, culturali. L’educazione dei bimbi in famiglia è un compito complesso, oggi in particolare, e non tollera la solitudine ». Paola Milani, professore ordinario di pedagogia sociale e di pedagogia delle famiglie all’Università di Padova, va diretta al punto: «Se l’isolamento sociale imposto diventa troppo lungo è un fattore di rischio. Tutti abbiamo bisogno di aiuti». Ci stiamo avvicinando alla fase 2, si parla della ripresa, della riapertura delle imprese, dei negozi, di jogging, di cani, di come organizzare le spiagge quest’estate. E i bambini? E le famiglie? I nuclei familiari sono soli e abbandonati e ancora una volta gli ultimi della lista. In Italia i figli, invece di essere una risorsa pubblica, continuano ad essere considerati un problema privato delle famiglie.

Professoressa, in Italia è escluso che le scuole riaprano prima di settembre. Il ministro all’istruzione Azzolina qualche giorno fa in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato che le famiglie verranno aiutate potenziando bonus baby sitter e congedi parentali. Non le sembra un po’ poco?

«Mi sembra che la ministra non si renda conto della situazione in cui versano le famiglie. Come dipartimento LabRIEF, Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare, stiamo lavorando a un progetto sull’estate dei bambini, in particolare di quellivulnerabili». (La sezione LabRIEF del sito dell’Università di Padova mette a disposizione della comunità esperienze, riflessioni e materiali prodotti da LabRIEF, da agenzie nazionali e internazionali, dai servizi e dagli operatori del territorio).

Il problema è chiaro. I genitori continuano a rimanere soli, senza supporti esterni.

«I genitori non possono coprire tutti i bisogni del bimbo. I supporti esterni oggi si sono bloccati e tutto ricade su di loro, con grandissima fatica. Chiaro che le famiglie sono diverse e le variabili molte: l’età dei bambini, la salute dei piccoli, la disabilità, le difficoltà di crescita. Per un bimbo che ha 2-3 fratelli, abita sopra i nonni o gli zii, ha internet e due genitori senza particolari problemi, la vita in questo periodo è completamente diversa da un minore che vive in 30 metri quadrati solo con la madre in difficoltà. Ma al netto delle differenze tutti i bambini hanno vissuto uno stravolgimento improvviso della vita. La prima settimana c’è stato l’effetto ‘luna di miele’, una vacanza regalata dalla scuola. Quando però il ritmo non riprende è un problema e non possiamo prevederne le conseguenze».

È vero che per un bambino della scuola dell’infanzia sei mesi di vita equivalgono ad anni rispetto ad un adulto?

«Se, ad esempio, un genitore sta via un mese, un bimbo di 4 anni avrà una percezione del tempo molto più lunga rispetto ad un ragazzino di 17. La questione, però, è la qualità del tempo. Ci può essere tempo speso bene anche con meno attività. Prima della pandemia l’agenda dei nostri ragazzi era piena. Questo tempo è utile per riscoprire l’autonomia in alcune attività, l’ozio, è utile per fronteggiare le difficoltà e trovare risorse utili. Guai a chiamarlo ‘tempo perso’, è invece una grande occasione di crescita».

I genitori in che cosa non possono sbagliare?

«Il criterio generale è esserci. Ci siamo tanto occupati di loro portandoli a ginnastica, musica, calcio, inglese. Questa è una grande opportunità per liberarci dell’idea “di fare per….”, per abbracciare l’ “essere con…”, che è il senso dell’educazione. I bambini e i ragazzi devono sentirsi amati e riconosciuti per quello che sono. Se sto lavorando e mio figlio mi chiede di giocare con lui, io con calma, guardandolo negli occhi, gli dico “ora sto lavorando, tra un’ora facciamo quella cosa insieme”. In questo modo i figli capiscono che non sono al centro del mondo e che il genitore non è sempre disponibile. Vivono una sana frustazione, imparano a non avere tutto subito e a potersi fidare del genitore, che però deve mantenere la promessa data»

Questi giorni di reclusione forzata senza amici, maestre, nonni, che effetti hanno sui figli?

«I bambini e i ragazzi hanno grandi risorse e stanno reagendo meglio di quello che pensavamo. Ce lo dicono i fatti: sono i più ligi alle regole. Bisogna spiegare loro che gli amici rimangono tali anche se non si vedono da un po’. Con i nonni è lo stesso. Sono importanti le videochiamate in piccoli gruppi».

La didattica a distanza li vede incollati ad uno schermo.

«La didattica on line è una grande prova per il nostro Paese ed è emerso in modo importante il divario digitale: ci sono tante zone in Italia in cui le reti sono molto deboli, ci siamo resi conto che i bimbi non sono così nativi digitali, che non è scontato avere una linea internet in casa , che alcuni ragazzi sono più portati di altri. Anche la didattica on line, ancora una volta, è ricaduta sulle spalle dei genitori. Dietro a ogni alunno che studia da casa c’è il supporto del genitore. Anche per noi è un’occasione per imparare cose nuove che ci renderanno migliori dopo. La tecnologia è un’àncora di salvezza, ma non possiamo vivere senza relazioni. La didattica frontale rimane fondamentale, la tecnologia deve fare da supporto».

Qualche consiglio pratico per le famiglie.

«Mantenere la routine: colazione, lavarsi, vestirsi. Non rimanere in pigiama. Cercare di mangiare a orari prestabiliti, se possibile tutti insieme. In queso periodo sono arrivati anche troppi consigli ai genitori. E non vanno bene: non tutti sono in grado di metterli in atto e si sentono inadeguati».

Come saranno i ragazzi al rientro a scuola – se rientreranno – a settembre?

«Difficile dirlo, le variabili sono troppe. Quello che è certo è che ogni prova, quando è commisurata alle forze dei bambini e quando si realizza in un ambiente che è in grado di controbilanciare i fattori di rischio (e l’isolamento sociale rappresenta senz’altro un fattore di rischio) con i fattori di protezione, permette ai bambini di far emergere la straordinaria forza della resilienza: dipende dalle risorse che i genitori e la scuola riescono a mettere a disposizione dei bambini, in termini soprattutto di relazione, fiducia, costruzione di legami e significati condivisi intorno alla pandemia che stiamo vivendo. Permettere che i bambini si confrontino con una certa solitudine e con alcune avversità può essere una risorsa, alla lunga, per la loro crescita».