Editoriali

Auguri per un Natale di lentezza

di Cristina Bellemo, scrittrice

Spesso mi domando quando è successo che la lentezza è diventata difetto, ostacolo da superare, problema da risolvere, caratteristica da irridere.

Sbrigati, datti una mossa, spicciati, fai in fretta!

Quante volte rivolgiamo ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze queste sollecitazioni. A loro che, miracolosamente – nonostante noi – sono ancora capaci di salvare un piccolo istante di incanto.

Noi il verbo incantare lo usiamo solo per dire un meccanismo che si inceppa. E parlare della lentezza difendendola è bollato come ingenuo, fuori dalla realtà.

Ciò che sta al centro del nostro agire è la performance: massimo risultato, velocità, efficienza, casomai qualità – difficile da conciliare con la rapidità.

Da appassionata di parole, di cui amo indagare l’etimologia, trovo in quel prefisso «per» proprio il tempo, la pazienza, la reiterazione dei tentativi che conduce, finalmente, al dare forma. La mia immaginazione si figura una persona intenta a provare e riprovare, accogliere lo scacco ma per-sistere (ecco un’altra parola con il «per» davanti). Quel «per» allude a una moltiplicazione, e il moltiplicarsi dei gesti chiede un tempo rallentato. Lento: come in per-donare, moltiplicazione del dono (non facile, né immediata); come in per-fezione, che si raggiunge solo dopo aver fatto e rifatto tante volte.

I significati originari, intensi e preziosi, scivolano spesso via dalle parole. Delle origini trattengono soltanto la porzione che si piega alle nostre esigenze.

Sarà anche perché faccio un lavoro – la scrittura – che chiede lentezza: le parole hanno bisogno di essere rispettate nel lento loro comporsi e svelarsi. Ammesso che si svelino. Domandano il tempo, talvolta spossante, della sedimentazione paziente.

A me sembra che stare – sostare – dentro il presente – anche faticoso – sia l’unico modo per mettersi davvero in ascolto, provare a interpretare e capire, accogliendo l’eventualità del non capirci niente. Che sia il modo del gustare, dedicare attenzione e concentrazione, anche meraviglia a ciò che accade o non accade affatto. Che sia l’unico modo possibile e indispensabile dell’incontro autentico.

La velocità ci sfasa, ci distoglie dall’adesso, qui. La proiezione sul poi ci ruba al presente, spostandoci virtualmente in un altrove che non è né adesso né dopo. Protèsi verso qualcosa che è sempre altro da ciò che siamo, come se il nostro presente fosse inaccettabile, e perciò da sfuggire. Come se l’abitare il momento fosse sempre precario, limitativo della libertà, pensabile solo nei termini di rapida transizione, attraversamento fulmineo. Come se la creatività fosse tutta orientata all’oltre, togliendo valore all’istante presente. Consumiamo il tempo, così.

Qualche mese fa in una poesia scrivevo «Al conoscere/serve la pazienza/del dentro/così come/quella del grembo/ al nascere». La gravidanza della vita chiede lentezza, lo stare paziente nel grembo in cui ogni istante è necessario e creativo e per-formativo. Dà forma alla vita, da nessuno di questi lentissimi attimi si può prescindere.

Mi interroga il nostro dire dei bambini e delle bambine che sono il nostro futuro. Come se nel presente non fossero vivi, degni di essere persone. Neghiamo loro l’adesso, riducendoli a nostri prolungamenti dell’esistenza.

Il Natale ha una gestazione di un anno intero. Ci chiama alla disponibilità di una nuova, ennesima nascita.

Vi auguro un Natale di lentezza.

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