Attualità In primo piano

Auguri, donne! Siate libere di progettare il vostro futuro!

di Lauro Paoletto

8 marzo. Ancora una Giornata della donna. Un’occasione, come le tante Giornate che affollano il calendario, per vivacizzare il commercio oppure per fermarsi a fare il punto sulle opportunità e sulle criticità di un cammino di consapevolezza, di crescita e di sviluppo che dovrebbe riguardarci tutti. Un cammino mai scontato e mai finito, ne siamo consapevoli. Anche per questa ragione tornare, ancora una volta, a riflettere sul ruolo della donna oggi nella società e nella Chiesa, non è un esercizio inutile, anzi. È riconoscere che fino a che la donna sarà (in tanti modi diversi) marginalizzata la nostra realtà sarà monca, carente di una parte essenziale e quindi più povera. In questo senso la cosiddetta questione femminile rappresenta, oggi più che mai, uno dei nodi cruciali dal quale dipenderà la direzione che può prendere questo nostro tempo, considerato, a ragione, un cambio d’epoca. Vale in Occidente e ancora di più nel resto del mondo. Vale nella società e per molti aspetti ancora di più nella Chiesa, che oggi più di ieri intuisce che il proprio futuro dipende anche da come riuscirà a misurarsi con l’altra metà dell’universo. In questi decenni, comunque, specie in Europa, sono stati fatti passi enormi in termini di emancipazione femminile, di riconoscimento della parità uomo – donna, di ridefinizione dell’identità e dei ruoli sociali e non solo, come risulta anche da un’analisi della popolazione europea (fonte ISTAT – eurostat), proposta in sintesi da Monica Chilese, sociologa, ricercatrice dell’Osservatorio socio-religioso del Nordest. Certo, persistono ancora (anche nella nostra Italia) molte (sempre troppe) situazioni di discriminazione più o meno evidente e di violenza fisica e non solo che testimoniano come il contesto permanga fortemente maschilista.

Istruzione e lavoro, differenze che (non) pesano.

«A livello di Ue in genere le donne lasciano la casa dei genitori e si sposano prima degli uomini e hanno un’aspettativa di vita maggiore degli uomini».

Se analizziamo il modo di vivere delle donne e degli uomini – coppie, single, con o senza figli – si possono vedere numerose differenze. «Nell’Ue nel 2017, il 7,6 % delle donne di età tra i 25 e i 49 anni viveva sola con i figli, rispetto all’1,1 % degli uomini della stessa età. Per i single senza figli nella stessa classe d’età, la percentuale era del 9,6 % per le donne e del 16,3 % per gli uomini».

Un altro gruppo che presenta ampie differenze tra le donne e gli uomini sono «i single che hanno 65 anni o più: la percentuale di donne anziane che vivono da sole (40,4 %) è doppia di quella degli uomini (19,9 %)».

I dati diventano ancor più significativi se si considera la formazione e il lavoro e le relative differenze tra uomini e donne. «In generale – spiega Chilese – possiamo dire che in proporzione le donne hanno un grado d’istruzione più alto degli uomini. Maggiore è il numero di figli, maggiore è, peraltro, il divario nei tassi d’occupazione femminile e maschile». Per quanto riguarda la formazione delle donne italiane l’analisi dei dati Istat mostra in modo omogeneo un livello di istruzione mediamente maggiore nelle donne. «Il 12,2% delle donne – osserva Chilese – lascia prematuramente gli studi contro il 17,7 dei maschi, il 15,4% delle donne ha una laurea a fronte del 12,7% di uomini. Il dottorato di ricerca parla al maschile per il 47,8% a fronte di un 52,2% al femminile». Tra gli altri dati significativi interessante «l’amore per la lettura: riguarda il 47,1% delle donne a fronte di 34,5% di uomini». Insomma le donne cercano di essere più preparate dei maschi, non fosse altro per fronteggiare meglio le maggiori fatiche con cui devono fare i conti nel mercato del lavoro. Il risultato è che molto spesso con un titolo di studio superiore si trovano a svolgere mansioni inferiori e comunque ad avere uno stipendio minore. La formazione è comunque servita da ascensore sociale, magari anche aiutata da qualche norma che ha imposto per legge ciò che non accadeva naturalmente, tipo la presenza femminile nei consigli di amministrazione. Anche grazie a questa legge oggi le donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa sono il 33,6%, il 30,7% in Parlamento.

 

La sfida rimane quella culturale. Anche nella Chiesa.

Si tratta di capire cosa serve per andare oltre, perché sia naturale avere tanto la presenza maschile quanto quella femminile anche nei luoghi che contano. La risposta è tanto semplice quanto complicato darle concretizzazione: «Si tratta di incidere – sottolinea Monica Chilese – su una cultura che, nonostante tutto, mantiene forti retaggi androcentrici».

In Italia l’elemento che risulta ancora più debole è la possibilità solo parzialmente riconosciuta alle donne di progettare pienamente la propria vita. Rimane, infatti, una grande difficoltà nel conciliare tempi di lavoro e tempi familiari.

I numeri da questo punto di vista, sono implacabili. Rimangono a carico della donna le maggiori incombenze domestiche: nonostante i successi di programmi quali Masterchef che vedono molti maschi cucinare, i mariti e i compagni abitualmente ai fornelli sono ancora pochi. Sono le donne a pagare il prezzo più alto dell’avere figli. «Nel lavoro, la maggioranza di dimissioni volontarie – nota Chilese – riguarda ancora madri lavoratrici. Nel 2016 sono state il 78% di chi ha firmato questo tipo di dimissioni, con un aumento del 45% rispetto all’anno precedente. I datori di lavoro non hanno, peraltro, incentivi a favorire il part-time » e manca un sistema coordinato di strumenti efficaci che consentano alle donne di conciliare il lavorare e il fare figli. Così in molte rimandano e rimandano fino a quando diventa troppo tardi. E così si spiega anche la prosecuzione drammatica dell’inverno demografico, mai così rigido come in Italia.

Sul versante ecclesiale c’è una indubbia maggiore attenzione al tema del ruolo delle donne nella Chiesa come testimonia il crescente dibattito interno (si pensi al diaconato femminile). Il Sinodo sui giovani ha evidenziato come la condizione della donna nella Chiesa sia uno dei punti oramai non più eludibili.

La consapevolezza in tanti (non azzardiamo a dire che sia la maggioranza) è che la discussione non può esaurirsi attorno al tema del potere, anche se questo non può essere più eluso e costituisce uno dei punti su cui si deve avere delle risposte. Si tratta di risposte che devono partire da un superamento di quel clericalismo diffuso che papa Francesco ha più volte denunciato e di cui le donne pagano un prezzo più alto anche di altri.

Leggi anche

Ancora lontana l’Europa al femminile. Poche donne nelle istituzioni politiche