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“Aiutiamoli a casa loro”. Molto più di uno slogan

Nel vicentino, da diversi anni, tre Comuni sono impegnati a destinare parte del bilancio a progetti di cooperazione internazionale. Si tratta di Dueville, Valdagno e Schio
di Roberto Turetta

Aiutiamoli a casa loro. Uno slogan “fortunato” di questi tempi. Ma per alcuni Comuni vicentini, non è una novità. Anzi, per Dueville, Valdagno e Schio è un impegno concreto.

Il sindaco di Dueville Giusy Armiletti

Dueville, dal 2005 predispone il bando “Eticamente”, attraverso cui eroga annualmente contributi dai 10 ai 20mila euro. Le iniziative finanziate sono sempre state delle più varie e possono riguardare l’eliminazione della fame e della povertà, lo svolgimento di attività per promuovere lo sviluppo umano, la promozione dell’istruzione primaria e della parità tra uomo e donna, la lotta alle malattie e molto altro ancora. Come del resto sono state di vario tipo le realtà associative che le hanno portate avanti. La prima a beneficiarne fu la parrocchia della frazione Passo di Riva, per i missionari che operavano in Thailandia a favore delle popolazioni colpite dallo tsunami di fine 2004. Poi sono venuti i vari Cuamm, Agesci (in Serbia), Lvia (in Tanzania), Sermig (in Siria e altri Paesi del Medio Oriente) e Caritas. «Non è stato facile mantenere l’impegno nel corso del tempo, ma ci siamo riuscitispiega il sindaco Giusy Armiletti -. La maggior parte della gente del posto ci appoggia, nonostante non manchi mai qualcuno che storce il naso. Del resto siamo una comunità accogliente, che quando dice “aiutiamoli a casa loro” sa che ci sono due alternative: o lo fai per davvero, o resta uno slogan. Certo, chiediamo che venga mantenuto lo spirito originario del bando. E che quanto speso per determinate attività di supporto venga rendicontato».

Altro caso di attivo interesse da parte di un’amministrazione municipale è Valdagno, che ha istituito uno specifico “Comitato per la Cooperazione internazionale decentrata”. Di questo organo, operativo a partire da un consiglio comunale del 2008, fanno parte gruppi di volontariato formati spesso da cooperanti del posto veri e propri. «Il comune stanzia annualmente un piccolo capitolo del bilancio a nostro favore, ma soprattutto sostiene le nostre attività per l’uso di sale pubbliche, stampe e attrezzature – precisa Guido Novella, presidente del Comitato -. Per il resto dei contributi ci arrangiamo noi, con un conto corrente per le donazioni, le quote del 5 per mille e il deposito delle nostre raccolte fondi». Sono numerose infatti le azioni di promozione, tra eventi sportivi e culturali o di artigianato. Così come è ampio il raggio d’azione, per progetti in Africa (Uganda, Ghana) America Latina (Brasile e Bolivia) e Asia (Bangladesh, Filippine e India). Le somme che vi vengono destinate spaziano dai 15 ai 20mila euro. Segno di una cooperazione che funziona, che non conosce sprechi di risorse nei passaggi intermedi. E che secondo Novella viene riconosciuta efficace sia a livello internazionale che dalla gente comune «se conosce i destinatari dei fondi raccolti».

Significativi sono pure gli sforzi fatti nel tempo da Schio, compatto con il suo comitato Bakhita per il Sud Sudan. Quest’ultima realtà prende il nome da suor Giuseppina Bakhita, originaria del paese africano da cui fu strappata da piccola da mercanti di schiavi. Dopo una serie di peripezie finì nel convento canossiano della municipalità altovicentina, lasciando bei ricordi tra la popolazione. Come è nato il tutto lo racconta l’attuale coordinatore Gianfrancesco Sartori: «Siamo partiti nel 2007, in base a una proposta del Comune a cui hanno aderito molti cittadini e associazioni, oltre che la Chiesa. Siamo intervenuti nell’area della località di Renk, al confine con il Sudan, per lo sviluppo rurale e formativo».

Altri progetti di sviluppo locale in questa zona sono stati portati avanti negli ultimi due anni, attraverso finanziamenti alla Conferenza episcopale sudsudanese. E non soltanto là, perché in collaborazione con la Fondazione Canossiana di Verona si punta a una migliore scolarizzazione dei bambini in un campo profughi e in due città. Il filo conduttore è comunque la prevenzione della schiavitù, che a 70 anni esatti dalla morte di suor Bakhita acquista ulteriore vigore.