Editoriali

Ai giovani non serve ‘l’uomo forte’

di Lauro Paoletto

Giovani. È racchiusa in questa parola, oggi, la risposta più credibile e promettente al quadro fosco e depressivo tracciato dal 53° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese pubblicato nei giorni scorsi. Dal movimento “Friday for future” che ha assunto come centrale la questione climatica a quello delle “Sardine” i giovani mostrano, infatti, segnali di un rinnovato protagonismo che non si vedeva da tempo e che, al di là delle valutazioni di merito, è sicuramente un fatto positivo e che fa ben sperare.

Il dato più interessante è che in questi giovani c’è una discontinuità forte nei metodi e nei linguaggi utilizzati dagli adulti. È un elemento di novità molto interessante perché non ripercorre sentieri già battuti ed è foriero di nuovi e inediti sviluppi. Guardando ai volti, ascoltando le voci fresche e genuine di tanti di questi venti-trentenni si intuisce che con loro si può andare oltre la sfiducia del presente. Sfiducia è, non a caso, la parole chiave del Rapporto Censis che segnala che il 75 per cento degli italiani non si fida degli altri. La società è descritta come “ansiosa, macerata dalla sfiducia”, un virus questo originato da “disillusione, stress esistenziale e ansia”. In tale contesto il Censis segnala almeno tre dati che meritano particolare attenzione: la sfiducia politica, la crisi demografica e la questione giovanile.

Rispetto alla politica si segnalano “crescenti pulsioni antidemocratiche”: quasi metà (il 48%) degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere”. Il dato è preoccupante, ma non bisogna trarre conclusioni affrettate. Come hanno notato numerosi commentatori, la sfiducia nelle istituzioni democratiche deriva dall’inconcludenza che si registra con continui rinvii, annunci e retromarce. E questo vale oggi per il governo giallo – rosso, ma anche ieri quando alla guida del Paese c’era l’esecutivo giallo – verde. E non c’è garanzia che con nuove elezioni, il risultato pratico sarà molto diverso. Da qui l’idea che l’uomo forte potrebbe bypassare gli ostacoli e dare più efficienza al Paese. Ma le spiegazioni di questa crisi sistemica sono molte, mentre le certezze sono poche. Una di questa è che la situazione è strutturalmente e stabilmente complessa. A tutti i livelli: le variabili che interagiscono sono molte, le istanze da considerare altrettante. L’altra certezza è che non ci sono soluzioni semplici per problemi complessi. L’idea dell’uomo forte ricalca invece questa illusione: una soluzione che semplifichi, ciò che in realtà non è semplificabile. Ma l’inefficienza del sistema politico – burocratico è tale che in tanti sono disposti anche a tentare la strada dell’uomo forte.

L’altro dato è “lo tsunami demografico”. Gli indicatori descrivono un’Italia “rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite”. Alla base di tutto questo c’è la paura (per mancanza di fiducia) di scommettere sul futuro, condizione fondamentale per poter decidere di mettere al mondo dei figli.

Il terzo dato è rappresentato dai pochi giovani che ci sono e sui quali il Paese non scommette. E così accade quello che sappiamo da tempo: molti prendono e vanno a cercare nuove opportunità altrove: nel 2017 sono stati 54mila i giovani tra i 18 e i 39 anni emigrati all’estero. In tale contesto certo non facile, le piazze tornano a riempirsi di giovani che chiedono un cambio, netto e reale, di passo. E ottengono la simpatia degli adulti.

Resta la domanda di una classe dirigente capace di esprimere una sintesi nuova e credibile in grado di far crescere una comunità unita da scelte comuni da compiere e dalla direzione condivisa verso cui muoversi. Dà fiducia sapere che ai giovani non serve l’uomo forte.