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Acli, “deve crescere la capacità di integrazione”

di Carlo Cavedon

Fare parte dell’Unione Europea è un fattore che penalizza l’Italia? A mio modo di vedere la sostiene nel contesto internazionale, tuttavia  i nodi da sciogliere sono molti. Il trattato di Roma del 1957 ha dato vita a un percorso di integrazione tra Stati nazionali che per secoli si sono combattuti a suon di cannonate, Stati abitati da popolazioni diverse tra di loro per cultura, lingua, storia e religione. Tale percorso ha avuto diversi momenti di crisi ai quali si è sempre reagito alzando l’asticella dell’integrazione economica e politica: l’ultimo passo significativo è stata la creazione di una moneta unica, l’Euro. E proprio le difficoltà dell’Euro, sopraggiunte a seguito dalla grande crisi finanziaria del 2008, hanno innescato un pericoloso processo di storture politiche e di sfiducia tra i cittadini, evidenziando una netta spaccatura tra i paesi del centro-nord Europa e quelli mediterannei. Se a tali criticità aggiungiamo la gestione delle dinamiche migratorie, l’imposizione di politiche economiche restrittive o le diversità in ambito di politica estera nazionali, ci accorgiamo come a questa Unione manchi parecchia strada per cresce in stabilità, credibilità e fiducia. Certamente torna indietro, uscendo dall’Euro o dalla stessa Ue, sarebbe una scelta controproducente: si pensi alla difficoltà che sta incontrando la Gran Bretagna, che tuttavia aveva un livello di vincoli europei inferiore rispetto all’Italia. Uscire dall’Euro, per l’Italia, significherebbe una svalutazione di circa il 40% dei debiti detenuti dalle famiglie, dalle imprese e dallo stesso Stato.

La nostra Nazione non può delegare ad altri la risoluzione di problemi che fa sempre ci caratterizzano, come l’elevato debito pubblico, la bassa produttività o un elevato livello di corruzione: dobbiamo distinguere le colpe nostre da quelle dell’Ue. Si deve avere il coraggio di fare un balzo in avanti in quella che è stata la più grande innovazione politico economica del Vecchio Continente: aumentare l’integrazione fiscale, creare un’unione bancaria, scardinare l’attuale metodo decisionale intergovernativo dando maggiore potere al Parlamento europeo e prevedere la nascita di un esercito comune sono solo alcune delle riforme necessarie per uscire da questa empasse. Si deve ripensare al concetto di benessere, che va al di là della vera crescita economica, e che comprende maggiore equità sociale e migliore qualità di vita per tutti i cittadini. Si devono valorizzare le diversità nazionali affinchè diventino una ricchezza per tutti gli stati e portino a una maggiore eguaglianza.

Sognare gli Stati Uniti d’Europa può essere esaltante, ma sicuramente non è un obiettivo realistico nel medio periodo. Ritenere l’Unione Europea la causa principale delle difficoltà che l’Italia sta attraversando può sollevare le coscienza di molti, ma sarebbe falso e controproducente.

Tra il sogno e il disfattismo è preferibile la razionalità e la concretezza.