Cultura

In 92 giorni 205mila visitatori per Van Gogh. Alla scoperta della mostra dei record

di Manuela Mantiero

Nei 92 giorni di apertura, i visitatori sono stati 205.004, a comporre una media giornaliera di 2228 persone. La maggioranza di loro (59%) ha scelto di giungere alla Basilica Palladiana già munito di prenotazione, avendo quindi la certezza di non incorrere in alcuna coda. Dato che si commenta da sé è quello dei 47.727 visitatori tra il 26 dicembre e il 7 gennaio, che ha collocato Vicenza al primo posto tra le mostre più frequentate nel periodo delle Festività.

Sono i numeri della mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo, ospitata nella basilica palladiana di Vicenza fino al prossimo 8 aprile e il 9-10-11 aprile sarà al cinema, con il film distribuito da Nexo Digital per il ciclo “La grande arte al cinema“.

Ma qual è il segreto del successo di questa mostra?

Il racconto di un’anima

Quella di Vicenza è una mostra monografica ma è, allo stesso tempo, il racconto di un’anima che delinea e tratteggia uno dei pittori più amati di sempre ma forse nell’intimo meno conosciuti.

Nato a Groot Zundert in Olanda, Vincent Van Gogh approda piuttosto tardi alla pittura. Prima della sua totale abnegazione all’arte aveva lavorato diversi anni per una società di mercanti (pure il fratello Theò lo era), aveva frequentato una scuola di evangelizzazione e si era recato nella regione mineraria belga del Borinage. Solo nel 1880, dieci anni prima della morte, si avvicina alla pittura cominciando da autodidatta, sperimentando dapprima solo il disegno a matita o carboncino. L’approccio con il colore avviene molto lentamente associando qualche timida macchia di colore al disegno per poi calarsi in maniera sempre più consapevole nel turbine dell’impasto materico. Nei primi anni di lavoro, quelli dedicati alla carta, Van Gogh guarda al mondo degli umili: le spigolatrici, i contadini, i pescatori. Egli si fa guidare dai pittori “sociali” -Millet in primo luogo- realizzando delle rappresentazioni convincenti, per nulla edulcorate da propositi idealizzanti. Basta osservare i disegni esposti a Vicenza per meditare sulla durezza di questa vita contadina ma, allo stesso tempo, sulla spiritualità che ne emerge potente dal segno nero, a volte quasi inciso. Il senso del suo lavoro fino al 1885 è riassunto dal quadro I mangiatori di patate raffigurante una misera famiglia intorno ad un tavolo. In mostra vi è solo una piccola stampa tratta dal dipinto ma, a lato, possiamo ammirare una teletta assai interessante, sempre del 1885, dal titolo Natura morta con patate e tegame. Siamo di fronte ad una pittura ancora d’intonazione realistica, fondata su colori scuri, terrosi; il gusto è per i forti contrasti di luce e ombra in sintonia con la tradizione olandese. Eppure, nel dipinto, già si leggono degli effetti cromatici d’avanguardia come ad esempio il contrasto tra il giallo ocra delle patate e il fondo blu cenere; già troviamo, in nuce, quella forza sintetica del segno che, nel corso del tempo, distinguerà la sua poetica artistica.

Da questi esiti scuri, densi, Vincent passa a dipinti straordinariamente diversi: la tavolozza schiarita, i contadini che lasciano il posto a tavoli ornati di fiori vivaci, le macchie di colore stese ad impasto sostituite da rapidi tocchi di pennello. È letteralmente una nuova vita per Vincent, che comincia da Parigi dove si reca invitato dal fratello Theò e dove viene travolto dai suoni, dalle sensazioni, dagli artisti della ville lumière. Dalla più aggiornata cultura figurativa derivano nuovi soggetti come gli interni di caffè e di ristoranti; da alcuni pittori suoi coetanei e dal linearismo della stampa giapponese si fa ispirare per la trasformazione dei modi e l’organizzazione del quadro per ampi campi di colore. Nella piccola tela, Salici potati al tramonto, vi è chiara l’influenza dell’arte giapponese nella pittura trattata a piatte campiture ma vi sono, pure, i caldi e vivaci colori provenzali che emergono con forza e assoluta originalità. Tra il 1888 e il 1889, infatti, Vincent vive ad Arles dove i diversi stimoli parigini si fondono in un modo di dipingere che raggiunge una piena maturazione. È la stagione dei suoi più noti capolavori, dai ritratti a La camera da letto fino alla Notte stellata, dove approda ad un superamento della visione naturalistica attraverso una pennellata dall’andamento contorto e vorticoso e dove prevale l’assoluta libertà nell’uso del colore. In mostra, è vero, non si ammirano i suoi dipinti più riconoscibili ma non se ne sente la mancanza, perché la narrazione è convincente e ci accompagna con ritmo verso il suo viaggio finale, verso quei campi di grano che, non a caso, sono stati letti come un elemento di presagio per il funesto destino dell’artista. In questi ultimi dipinti domina indiscusso il giallo, un colore sottile, ingannevole, che può essere associato alla leggerezza o alla profonda inquietudine (nella tradizione iconografica cristiana il giallo era il colore del peccato). E allora, ripercorrendo il turbamento degli ultimi anni di vita di Vincent -che l’aveva portato a passare qualche mese presso l’istituto psichiatrico Saint-Paul de Mausole- e riflettendo sulla foga del dipingere quotidianamente come catarsi, come epurazione, ripensiamo a questo giallo, la forza di un colore che parla di uno spirito fragile e muove la nostra anima.