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«Quello che conta è la vita umana»

di M. Chiara Biagioni

L’odissea in mare per i 49 immigrati a bordo della Sea Watch e della Sea Eye è finita e, nei prossimi giorni, saranno smistati negli otto Stati europei che hanno dato la disponibilità ad accoglierli. La “buona notizia” è che dall’Italia è la Federazione delle Chiese evangeliche ad aver dato la disponibilità al ministero dell’Interno per l’accoglienza di alcuni dei profughi (una decina) della Sea-Watch che arriveranno nel nostro Paese. “Dalla nostra esperienza sappiamo che da queste vicende possono nascere belle storie di integrazione”, racconta al Sir Luca Negro, presidente della Fcei. “Alcune persone andranno a Scicli, in Sicilia, dove la Federazione ha una struttura. Altre saranno collocate in strutture della diaconia valdese. Non abbiamo ancora deciso precisamente dove, perché prima di trasferirle vogliamo conoscere le persone e capire le esigenze”. Il tutto sarà realizzato “senza oneri dello Stato ma grazie all’8xmille della Chiesa valdese e con la solidarietà internazionale delle nostre Chiese”.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. È così?

«Sì e no. Credo, cioè, che noi abbiamo inflitto una inutile sofferenza a un gruppo di persone che potevano probabilmente evitare di stare 20 giorni in mare. Poi resta da capire cosa succederà alle altre persone che rischiano di essere naufraghi in mare. Sembra che qui la soluzione sia quella di fare pressione sulle Ong perché rinuncino a questa operazione di salvataggio in mare».

Perché come Federazione e come diaconia valdese vi siete fatti avanti?

«Una decina di persone della Sea Watch saranno affidate a noi. Questo per noi è importante perché crea una continuità tra il progetto dei corridoi umanitari che da anni promuoviamo insieme alla Comunità di Sant’Egidio e i salvataggi in mare. Alcuni politici hanno tentato di dire più volte: salvataggi in mare no, perché in questo modo ci si collude con i trafficanti del mare, e corridoi umanitari sì. Noi invece rispondiamo: guardate, che si tratti di corridoi umanitari o di persone salvate in mare, quello che conta è la vita umana. E il fatto che siamo noi con la Comunità di Sant’Egidio a promuovere i corridoi umanitari e sempre noi ad avere l’onore di accogliere queste persone naufraghe in mare, dà un senso di continuità a diverse forme di solidarietà».

Che Italia e che Europa escono da questa vicenda?

«Per dire una parola positiva, risponderei che questa vicenda ha mostrato che l’Italia e l’Europa non sono quelle dei sovranisti ma che c’è una Italia e un’Europa della solidarietà che nonostante tutto emerge. In realtà sono state le Chiese, ancora una volta, a prendere in mano la soluzione e lanciare un messaggio di solidarietà umana molto forte».

Perché?

«Le Chiese stanno cercando di dire all’Europa che valori come l’accoglienza, la solidarietà, l’amore per lo straniero sono imprescindibili della nostra cultura europea. E, quindi, è inutile sbandierare le radici cristiane del nostro continente se poi si respingono in mare degli esseri umani. Ho trovato molto forte il contrasto in questo periodo di Natale tra la retorica cristiana del presepe e la realtà dei migranti in mare. Lo straniero, per noi cristiani, è il Cristo che bussa alle nostre porte. Il riferimento è il Vangelo di Matteo 25: “Ero straniero e mi avete accolto”».

La situazione dei migranti in mare continuerà ad esserci. Quale futuro si immagina?

«Ci immaginiamo un futuro in cui l’Europa sia effettivamente protagonista. Non è possibile lasciare ai singoli Stati la responsabilità di gestire questa situazione. Questo rimbalzo continuo di responsabilità non può continuare. Noi crediamo, quindi, che bisogna puntare a una soluzione su piano europeo. Questo è il futuro. Non ci sarà soluzione se non con un accordo e una progettualità comune di tutti i Paesi dell’Unione europea».

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