In primo piano Territorio

Tra 15 anni nel vicentino mancheranno 50mila lavoratori

di Lauro Paoletto

La glaciazione demografica sta già lasciando evidenti problemi nel contesto economico locale, problemi con i quali, se anche si invertisse la tendenza domani (cosa non propriamente realistica, purtroppo) bisogna attrezzarsi per fare i conti. Concretamente tra 15 anni nel nostro Vicentino che ha fondato la propria fortuna sul manifatturiero mancheranno almeno 50mila addetti nei vari comporti e nei diversi livelli di responsabilità.

È il risultato che emerge dalla ricerca, realizzata dal Centro Studi Cisl Vicenza coordinato da Stefano Dal Pra Caputo e Francesco Peron con la quale sono stati analizzati i dati sull’andamento demografico nella nostra provincia nell’ottica del ricambio generazionale nel mercato del lavoro. Il quadro che emerge è quanto mai preoccupante che prefigura posti vuoti nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, dietro i banconi dei bar e nelle cucine dei ristoranti. Un esercito di figure essenziali per garantire la tenuta del nostro sistema economico e sociale che un poco alla volta, una dopo l’altra, scompaiono senza essere sostituite.

Questo dato è il frutto da un lato dell’invecchiamento della popolazione e dall’altro della riduzione della popolazione giovanile. L’effetto combinato dei due fenomeni porta a questo risultato che impone secondo la Cisl di rivedere concretamente e sostanzialmente il tema dei flussi migratori. 

«È necessario che riusciamo finalmente a guardare a questo tema non in modo ideologico come si è fatto spesso, ma in modo concreto, pragmatico – è la premessa del segretario generale Raffaele Consiglio -. Il problema del ricambio generazionale nel mercato del lavoro è profondamente legato alla questione demografica che da anni pesa sul nostro Paese. I dati della ricerca evidenziano un altro elemento che rende il tutto, se possibile, ancora più grave: la velocità di questi fenomeni».

Stefano Dal Pra Caputo e Francesco Peron che hanno curato la ricerca spiegano che «dopo essere costantemente in crescita per numerosità tra il 1982 e il 2012 (passando da 726.389 abitanti a 863.323), negli ultimi 10 anni la provincia berica ha perso circa 10.500 residenti (852.861 nel 2022). A questa riduzione in numeri assoluti si accompagna una significativa redistribuzione percentuale delle fasce di età». 

Comunque si guardino i numeri, quello che è certo è che tutto questo determinerà un mancato ricambio generazionale nel mercato del lavoro che sarà sempre più mancato: secondo le analisi dei ricercatori del Centro studi Cisl, già tra 5 anni, nel 2027, a fronte di 52.050 cittadini – oggi tra i 13 e i 18 anni – che entreranno nel mercato del lavoro, ci sono 62.529 residenti oggi tra i 62 e i 67 anni che ne usciranno per raggiunti limiti di età, dunque con un saldo negativo di 10.479 lavoratori già entro il 2027. In prospettiva, applicando lo stesso metodo di calcolo, considerando la popolazione che attualmente ha tra gli 8 e i 18 anni e quella tra i 57 e 67, da qui al 2032 è possibile ipotizzare l’ingresso nel mercato del lavoro di 92.064 giovani e la contemporanea uscita per anzianità di 128.735 lavoratori, dunque tra 10 anni mancheranno all’appello 36.671 cittadini in età da lavoro, dato destinato a salire ulteriormente fino ad un vuoto incolmabile di 75.474 cittadini in età da lavoro nel 2037 rispetto ad oggi. Mantenendo per semplicità di calcolo l’attuale tasso di occupazione (66,6%), significa che entro vent’anni mancheranno all’appello al meno 50 mila lavoratori in provincia di Vicenza.

«Le prime avvisaglie di questo che si preannuncia come un vero e proprio tsunami – osserva Consiglio -, le abbiamo già con le ormai note difficoltà a ricoprire molte posizioni lavorative e se non interveniamo ora rischiamo di non garantire la continuità di molte attività economiche e servizi essenziali ». Secondo il segretario provinciale della Cisl c’è sicuramente un tema nazionale innanzitutto di sostegno alla natalità . Ma quello su cui Consiglio pone l’attenzione e per il quale lancia un appello agli interlocutori politici e istituzionali riguarda la politica sull’immigrazione e la gestione dei flussi che così com’è oggi non funziona. «Il saldo migratorio nella nostra provincia – nota il segretario Cisl – sta peggiorando. Questo significa che l’attrattività del nostro territorio agli occhi dei lavoratori anche italiani provenienti da altre zone è oggi un valore poco percepito. Questo segnala al riguardo un problema di narrazione che deve essere affrontato. Il problema è serio e bisogna affrontarlo al di fuori di logiche ideologiche. Non si può affermare – come fa qualcuno – che la mancanza di manodopera la si risolve facendo lavorare chi percepisce il reddito di cittadinanza. Nella nostra provincia i nuclei familiari che lo percepiscono sono poco meno di tremila. Se anche immettessimo duemila di queste persone nel mercato del lavoro il problema resterebbe tutto. Quello che serve è un accordo territoriale per gestire i flussi migratori. Dobbiamo sapere che lavoratori servono e fare accordi con i paesi dai quali provengono». Oggi, osserva ancora Consiglio, abbiamo il paradosso che i migranti che arrivano (come i richiedenti asilo) vorrebbero lavorare, ma non possono». 

Il tema dunque è sul tavolo e con esso l’urgenza di trovare una soluzione perché il tempo corre e le necessità di manodopera crescono a livello di lavoratori non specializzati, ma anche di quadri e dirigenti. Il benessere e lo sviluppo del Vicentino dunque passa per una concezione nuova della gestione dell’immigrazione. A qualcuno verrà a amancare un tema politico con cui alimentare le paure, ma l’alternativa è che l’economia berica arretri in modo pesante con conseguenze gravi per tutti.